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L’insensatezza del referendum senza quorum

L’amministrazione comunale di Mira, guidata dal sindaco Alvise Maniero, del Movimento 5 Stelle, ha voluto proporre, e approvare con il solo voto favorevole della sua maggioranza, il referendum senza quorum. Per proporre referendum consultivi, propositivi o abrogativi basteranno le firme di 1600 cittadini su quasi 40.000 abitanti (circa 1/20 del corpo elettorale), o della maggioranza assoluta del consiglio. E poi, quale che sia il numero di votanti – anche poche decine o centinaia – il voto sarà valido in ogni caso.

Siamo certi che la proposta, inserita nello statuto del comune, avrà posto dei limiti ben definiti, come del resto li pone la costituzione (art. 75), che non ammette il referendum per leggi tributarie e di bilancio (o per altre competenze che i comuni non hanno, come la ratifica dei trattati internazionali o l’amnistia). Ma anche così l’innovazione rischia di avere effetti paralizzanti, o dare l’avvio a una stagione politica di totale indeterminatezza, esposta ai venti di tutti i potenziali interessi in concorrenza tra loro. Non è questione di non avere fiducia nel popolo: anche la riforma costituzionale che probabilmente andremo a votare ad ottobre prevede, nella nuova versione del medesimo art. 75, che, se l’abrogazione di una legge è stata proposta da almeno 800.000 elettori, sia sufficiente un quorum inferiore, identificato nella “maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati”: cioè, se avessero partecipato alle precedenti elezioni, poniamo, il 40% degli aventi diritto, almeno il 20% di essi. Ma un quorum minimo, indiretto, è comunque chiaramente indicato. E 800.000 firme non sono facili da raccogliere, su base nazionale, se non si incontra un consenso diffuso nella società intorno a una proposta.

Il referendum senza quorum di Mira rischia invece di dare un potere enorme anche solo a una manciata di cittadini attivi: diciamo pure tanti quanti si sono attivati per ottenere le firme per indire un referendum, ovvero 1600 persone organizzate: che, in un territorio piccolo, dove ci si conosce ed è facile anche tecnicamente raccogliere le firme, una qualunque lobby o associazione di media grandezza (dalle associazioni dei commercianti a quelle dei genitori, dai sindacati ai patronati, dalle associazioni sportive ai gruppi di anziani) potrebbe facilmente raggiungere. E non si tratta solo degli effetti reali, ma anche di quelli potenziali: di fronte ad ogni decisione non gradita, qualunque lobby potrà minacciare referendum con buone possibilità di raggiungere il risultato che vuole ottenere. Il che, in una società complessa e frammentata, fatta di interessi in contrapposizione tra loro, è assai problematico. Non si tratta di mettere il popolo in alternativa alle istituzioni: il popolo è a sua volta diviso, ancora di più di quanto lo siano i partiti, e compito della politica è precisamente fare sintesi nonostante le divisioni esistenti – altrimenti non c’è progetto condiviso possibile, ma solo interessi in lotta tra loro.

Il problema principale delle democrazie, oggi, non è la concentrazione del potere, ma la sua frammentazione. Come ha mostrato il politologo Moshe Naim nel suo libro “La fine del potere”, il problema non è lo strapotere della politica, ma il suo opposto: quand’anche decida qualcosa, c’è sempre qualcuno (una burocrazia, una corporazione, un gruppo di interesse in disaccordo) che può ostacolare la decisione, o la sua messa in pratica. Non il potere di fare è la minaccia, dunque, ma quello di disfare: il potere ostruzionistico, il boicottaggio delle decisioni, la possibilità di renderle inefficaci. Ecco perché si parla tanto di governabilità e di democrazia decidente. La democrazia diretta in questo senso è un’illusione che porta all’immobilismo, o peggio a un decisionismo nevrotico, privo di progetto, ostaggio di tutti gli egoismi, non a una società armoniosa e partecipativa. Il referendum, nato come la più alta forma di manifestazione di volontà popolare, può così trasformarsi nel più illiberale degli strumenti. Lo è quando le maggioranze pretendono di decidere sui diritti delle minoranze (come nelle proposte di referendum sulle moschee, che finiscono per conculcare il diritto fondamentale e indisponibile alla libertà religiosa – e oggi sono i musulmani, domani potrebbero essere i gay o una qualunque altra minoranza); lo sarebbe ancora di più se, privo di quorum, fosse affidato all’arbitrio di tutte le minoranze organizzate.

Caso referendum: se a Mira comandano tutti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 luglio 2016, editoriale, p.1

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