stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Sul burqini: significato di una polemica

La questione potrebbe essere rubricata tra le polemiche estive, per definizione inutili e vacue, se non fosse per le importanti questioni di principio che implica. Parliamo del cosiddetto burqini, un abito da bagno che alcune donne musulmane indossano al mare o in piscina, e che in alcune località francesi – speriamo senza solerti imitatori nostrani – comincia a essere vietato qua e là.

Intanto: cos’è? Prodotto con stoffe simili a quelle dei costumi da bagno – e come questi andando dal nero monacale ai colori più sgargianti e fluo – è composto da un pantalone più o meno attillato, e da una sorta di casacca che copre anche il capo: ma non, ovviamente, il volto. La parola in questo senso inganna: il termine è stato coniato con intento ironico, a partire dai contrapposti burqa e bikini. Ma non ha nulla a che fare né con l’uno né con l’altro.

Le sue ragioni sono legate a un’idea di pudore piuttosto diffusa in culture non occidentali (e anche occidentali non mainstream: non mediaticamente dominanti, diciamo), ma la lettura che ne viene fatta è inevitabilmente associata all’islam, e quindi soffre di una sovrasemantizzazione – un eccesso di significato – che in sé non ha. Per la donna che lo indossa significa spesso sentirsi libera di andare in spiaggia e di praticare un’attività fisica come il nuoto, cosa che altrimenti non farebbe. Per chi lo porta, al contrario di come lo intendiamo noi, è uno strumento e un’occasione di maggiore libertà, quindi. Potrebbe farne a meno? Sì. Significa adeguarsi a una tradizione religiosa? Sì. Potrà non piacerci, ed è lecito rubricarlo tra le cose che proprio non capiamo, scuotendo la testa, ma ha un qualche senso proibirlo? Crediamo nessuno. Ancora oggi sulle spiagge italiane – nel sud e nelle isole – può capitare di vedere famiglie in cui sono compresenti le tre generazioni, in cui le figlie sono magari in topless, le mamme in bikini, e le nonne vestite di nero dal foulard al gonnellone, calze e sandali inclusi: perché ogni generazione si è abituata a modo suo, e nessuna stigmatizza l’altra. Se vedessimo una suora in spiaggia, nessuno la multerebbe per offesa a un presunto comune valore di riferimento (quale poi, esattamente?). E a fronte di un turista di teutonica provenienza che, timoroso delle scottature o magari con problemi di esposizione al sole (un albino, ad esempio), porta pantaloni e maglia a maniche lunghe, e berretto in testa, nessuno direbbe di tornare a casa sua. Non solo: se a portare una tuta da gara sono degli atleti olimpici in cerca di performance migliori, o naturalmente dei sub, nessuno avrebbe ovviamente niente da dire. Come non lo avremmo, ammettiamolo, nemmeno se a introdurre un costume che copre fascinosamente da capo a piedi il corpo delle donne – o magari degli uomini – fosse una qualche firma internazionale della moda.

Non è la cosa in sé, quindi, a fare problema: ma il significato che le diamo. In questo caso, di oppressione della donna. E lo sarebbe effettivamente, se fosse un obbligo, un’imposizione. In qualche caso può esserlo: ma tra adulti uno stato che non si voglia illiberale lascia tali questioni alla libera contrattazione dei coniugi – altrimenti è stato etico, di cui abbiamo già conosciuto i guasti. Ma laddove è una libera scelta delle donne – e ne conosciamo? Perché il problema è lì. Potrà anche non piacerci, possiamo non capirne le motivazioni (certo discutibili, come tutto), possiamo preferire la bellezza del corpo felicemente scoperto e aperto al sole e al vento, ma il problema è semplicemente cosa uno – o una – ha voglia di fare e preferisce. Vuole coprirsi? Problemi suoi, purché rispetti le leggi. Vuole scoprirsi? Problemi suoi, purché rispetti le leggi. Vogliamo fare delle leggi ad hoc solo per chi si copre, e solo per alcuni di essi? Allora forse il problema ce l’abbiamo noi. E l’infedeltà ai principi che dichiariamo di riverire saremmo noi a praticarla.

Certo, ci si è messo anche il primo ministro francese Valls a legittimare le discutibili ordinanze di quattro sindaci quattro di località balneari francesi. Ma vale la pena ricordare che quella francese è a sua volta un’eccezione, non a caso senza imitatori (non c’è un solo paese al mondo dove la questione sia così sensibile, e l’idea di laicità così ingombrantemente ideologica).

Tra i valori che l’occidente ci ha insegnato e trasmesso, c’è anche l’idea di libertà, e di rispetto di quella altrui, incluso nella banale conseguenza che ognuno può vestirsi come vuole: a seconda di quel che preferisce e dell’ambiente che frequenta o del suo credo. Una società sempre più plurale può consentire una spazio di manovra e di libertà per tutti. Possiamo non capire certe scelte (il velo islamico – che copre i capelli ma non il viso – o quello di una monaca: o il turbante per i sikh maschi praticanti, magari): ma possiamo consentirle senza farcene turbare. Per fedeltà ai nostri principi, non a quelli altrui. E perché abbiamo problemi più seri a cui pensare…

Burkini, quei no illiberali, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 agosto 2016, editoriale, p. 1

4 risposte a Sul burqini: significato di una polemica

  • stefano allievi scrive:

    concordo invece su una cosa: quella femminile sarà la questione principale che dovrà affrontare il mondo musulmano nei prossimi decenni.
    e neanche noi abbiamo ancora finito…

    s.a.

  • stefano allievi scrive:

    Gentile Guido Schiesari,

    nessuno qui ha scritto che il velo è una reazione al colonialismo. E nessuno, peraltro, lo promuove… Semplicemente si suggerisce che è insensato e controproducente proibirlo: ha visto le foto dei poliziotti che a Nizza hanno obbligato una signora a togliersi una casacca sulla spiaggia? hanno fatto il giro del mondo (in primo luogo occidentale, sui giornali anglosassoni innanzitutto): secondo lei con quale effetto? che immagine hanno dato dell’occidente? azzardo un’interpretazione: ipocrisia, due pesi e due misure?
    infine: se si parla dei paesi musulmani, si può in molti casi parlare di obbligo (in alcuni paesi non c’è proprio scelta: è obbligatorio. in altri ci può essere una sorta di costrizione sociale). ma in Europa: ne è proprio sicuro? ha mai parlato con qualche ragazza giovane, perfettamente integrata, laureata (dunque l’opposto della donna musulmana analfabeta e sottomessa) che lo porta, magari contro il parere dei suoi stessi genitori, che la vorrebbero più integrata? ecco, lì c’è la stessa libertà di scelta di chi si veste da biker, da punk, da quello che vuole, incluso da monaco, da sikh, da arancione.
    ci rifletterei, tutto qui

    cordialmente

    Stefano Allievi

  • Guido Schiesari scrive:

    Le musulmane hanno indossato il velo in reazione al colonialismo? Falso: nel 1919 in Egitto per la prima volta le donne arringavano in pubblico nelle manifestazioni anti-inglesi. E nel 1923, al ritorno dal congresso dell’Alleanza Mondiale Femminile di Roma, la patriota Huda Sha’rawi si tolse il velo che le copriva il volto alla Stazione del Cairo, compiendo un eclatante gesto simbolico di emancipazione che portera’ le egiziane a svelarsi del tutto. Cosa che rende ancora piu’ orripilante che proprio dall’Italia partano appelli femministi a favore del burkini. Anche il generale Nasser proclamò in pubblico che la Fratellanza Musilmana, con a capo un noto Imam, gli aveva chiesto di velare le donne, ma la sua risposta fu: “Ma perché non comincia lei da sua figlia?” Una fragorosa risata copri le sue ultime parole.
    l burkini è la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato tra l’altro sull’asservimento della donna. Dietro il burkini c’è l’idea che per natura le donne sarebbero impudiche, impure, che dovrebbero dunque essere completamente coperte. Di fronte alle provocazioni la Repubblica deve difendersi». Il burkini non è “caro” professore una libera scelta della donna, ma una libera scelta dell’Islam di velare quel pericolo imminente che fra non molto lo travolgerà.

Leave a Comment