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La laurea e la sua percezione: problemi e ritardi del Nordest

Abbiamo meno laureati di tutti i nostri diretti concorrenti europei: il venti per cento circa dei nostri giovani (il 13,9% della popolazione complessiva), contro percentuali che in Germania e altrove si avvicinano alla metà. Non solo: in questi paesi, dove già i laureati sono molti di più – dalla Francia alla Germania – il tasso di crescita è doppio che da noi. E abbiamo pure il tasso di abbandoni universitari più alto d’Europa: il 45%. Praticamente una persona su due che si iscrive all’università abbandona gli studi. In compenso i nostri laureati sono molto bravi, segno che gli studi da noi non sono poi pessimi: tanto che si sistemano benissimo – ma altrove. I dipartimenti universitari di altri paesi nostri concorrenti sono pieni di dottorandi, ricercatori e professori italiani; ha fatto rumore, pochi mesi fa, che la nazionalità più presente tra coloro che avevano ottenuto dei finanziamenti alla ricerca dell’ERC (European Research Council) fosse quella italiana, ma nella maggior parte dei casi per progetti di ricerca di università straniere. E il tasso di laureati tra chi abbandona il nostro paese – inclusa la nostra area di riferimento, il Nordest – è superiore alla media nazionale: almeno un quarto di coloro che stanno lasciando l’Italia in questi anni ha un titolo di studio universitario.

Possibile? Ci raccontiamo di essere nella società della conoscenza, ma abbiamo meno laureati di tutti, e quei pochi ci prendiamo pure il lusso di esportarli, senza importarne alcuno o quasi dall’estero. Come si spiega?

Le spiegazioni sono molte. Intanto c’è un differenziale salariale modesto, davvero troppo basso, tra laureati e non: per cui, pur guadagnando di più e facendo carriere migliori, nel lungo periodo, nel breve periodo i laureati sono mortificati da paghe troppo basse rispetto ai loro coetanei che non hanno fatto i loro sacrifici (e quelli delle loro famiglie). C’è una colpa di mancata lungimiranza dell’impresa, incapace di valorizzare i titoli di studio acquisiti, e il capitale culturale relativo (il salario medio d’ingresso di un laureato triennale è crollato da 1.300 euro del 2007 a 1.004 euro del 2012). E c’è una colpa altrettanto grande dell’università, incapace di relazionarsi con intelligenza ed elasticità con il mercato del lavoro. Ma non è solo questione di produrre titoli di studio e competenze spendibili sul mercato. E di appetibilità del sistema paese nel suo complesso: se il livello dei salari e le possibilità di carriera o la disponibilità di occasioni sono quelli che sono, come possiamo pensare di attrarre intelligenze, oltre che trattenere le nostre?

C’è anche una ragione profondamente culturale. Nonostante alcuni studi mostrino che anche in Italia siano le imprese che più assumono laureati a reggere meglio la competizione globale (con altri paesi che laureati ne hanno molti di più, come abbiamo visto), la percezione media, in troppo settori, è che in fondo il titolo di studio non serva poi un granché, e anzi sia visto con una certa sufficienza, talvolta al limite del disprezzo. Hanno fatto scalpore, nei giorni scorsi, le parole di Giordano Riello (non uno qualsiasi, ma il neopresidente di Confindustria Giovani Veneto), secondo il quale la laurea non fa più da ascensore sociale, tanto si riesce a fare “hi-tech con gli elettricisti”, e anche suo nonno “con il diploma ha creato l’Aermec”. E’ vero, in un paese di tragica immobilità sociale la metà degli architetti, dei medici, degli avvocati, dei notai, e persino dei farmacisti – all’ingrosso – è figlia di padri con lo stesso mestiere. Per artigiani e imprenditori è anche peggio: siamo il paese con il più alto tasso di imprese familiari (e familiste), e uno come Riello effettivamente non ha bisogno della laurea per ereditare un buon lavoro, se lo ritrova servito letteralmente su un piatto d’argento (il numero di cognomi noti in Confindustria che ritroviamo in Confindustria giovani dovrebbe far riflettere, in proposito). Ma è anche vero che solo un quarto dei dirigenti in Veneto sono laureati, mentre in Germania sono il doppio (e lo stesso si può ragionevolmente dire degli imprenditori e dei loro figli): chi vincerà la competizione globale nel lungo periodo, e forse già nel breve?

In più, c’è un problema della politica: che a livello nazionale non investe abbastanza in istruzione e ricerca (anche se qualche segnale di inversione di tendenza si comincia a cogliere), e a livello locale ha fatto peggio. Senza parlare di noti disastrosi investimenti, è istruttiva la vicenda che ha consentito di inserire anche il Nordest, con il polo universitario veneto, nel novero dei Competence center che saranno finanziati dal governo nel Piano Italia 4.0 insieme ai politecnici d’altrove: risolta brillantemente grazie a una efficace triangolazione tra elite industriale, università e pubblica opinione più avvertita, senza e in un certo senso nonostante la politica locale.

Insieme, questi segnali mostrano un’inadeguatezza – culturale, appunto – che i parametri economici non bastano a spiegare.

La laurea, un valore da salvare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 settembre 2016, editoriale, p.1

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