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Genere e lavoro: uscire dalla cultura dello spreco

Una o due generazioni fa eravamo ancora al “che la piasa, che la tasa e che la staga a casa”: forse non nella realtà (le donne hanno cominciato a entrare massicciamente nel mercato del lavoro mentre gli uomini erano occupati a fare la guerra; e per quanto riguarda il nordest hanno continuato nel periodo delle emigrazioni interne), ma nella percezione media del maschio nordestino. Oggi la presenza femminile nel mondo dell’istruzione ha rovesciato le proporzioni, con le donne che hanno superato gli uomini (si laureano molto di più, più velocemente, e con voti migliori), e quella nel mondo del lavoro è in costante crescita, anche se drammaticamente indietro rispetto ai paesi sviluppati a noi culturalmente vicini. Quella che non è cambiata abbastanza, probabilmente, è la mentalità (la donna fa comunque più fatica a farsi strada, a parità di merito); e soprattutto il sistema sociale che ne è l’espressione (il welfare, la scuola, l’organizzazione degli orari nei luoghi di lavoro e nelle città), ancora “nemico” del lavoro delle donne, nella sua organizzazione e nei suoi valori di fondo.

In sintesi: in pochi decenni è stato fatto uno straordinario cammino. Ma, come in altri settori, altri hanno camminato più in fretta, e ci ritroviamo indietro. Perché è un problema? Ci viene da dirlo con un termine che ha valenza tanto economica quanto morale: perché è uno spreco terribile. Di risorse, di talenti, di qualità della vita complessiva: per tutti, non solo per le donne.

E’ immorale ed economicamente disastroso sapere che le donne studiano di più, sanno di più, e dunque valgono di più in un mercato del lavoro sempre più mosso dalla conoscenza, ma non solo prendono meno, ma hanno anche meno possibilità di accedervi (se non a scapito di scelte dolorose sul piano degli affetti), e sono comunque meno considerate e peggio valutate.

E’ per questo che dovremmo immaginare un rovesciamento complessivo del nostro approccio. Non c’è da fare spazio alle donne, magari a scapito degli uomini, con qualche quota rosa: l’esperienza di tutti i paesi sviluppati è che le donne entrate nel mercato del lavoro non hanno “tolto” lavoro a nessuno, ma al contrario hanno “aperto” e persino “moltiplicato” spazi di lavoro. Dal punto di vista culturale, di prospettiva, e anche strettamente economico, il cambio di approccio sarebbe anche più prezioso. Lo sguardo delle donne, il loro modo di affrontare le situazioni – lo sappiamo per esperienza, al lavoro e a casa, senza dover indulgere in biologismi che sono stati usati sempre contro le donne – è portatore di un plus, non di un minus, anche per le imprese. Non è che ci si deve “adeguare” per andare incontro a una pur legittima richiesta: è che se non lo si fa, ci si perde in ricchezza complessiva. Nell’approccio organizzativo, nella differente razionalità progettuale, nella diversa attenzione alle risorse umane (al loro spreco, ancora una volta), nella capacità di conciliare il lavoro con la vita fuori di esso (considerandolo come cosa non altra e dimensione non esclusiva e totalizzante, in modo da arricchire l’uno con l’altra), nella diversa capacità di resilienza (l’abbiamo visto in maniera estrema nei momenti peggiori delle crisi: quando l’imprenditore maschio si suicida perché gli crolla il mondo intorno, e la donna prende in mano il governo delle cose, perché c’è comunque un altro mondo da tenere in piedi). In nome, forse, di una diversa “terrestrità”, presente anche nei nostri miti d’origine: Eva deriva da Hawwah, che significa “la vivente”. Per definizione.

E’ un passaggio che sta vivendo anche il mondo dell’immigrazione nel nostro paese. Dove la trasformazione dei ruoli delle donne è diventata una posta in gioco culturale decisiva, che si manifesta appieno tra le seconde generazioni (e, per solidarietà interna di genere, ricordiamo alle donne lavoratrici il peso decisivo che l’immigrazione straniera, sostitutiva di lavoro domestico e di cura familiare, ha avuto per consentire l’ingresso nel mercato del lavoro delle donne italiane). E che stiamo pagando nel mondo dell’emigrazione: dove è indubitabile che l’emigrazione femminile italiana, specie quella qualificata, abbia una componente non solo economica, ma di riconoscimento del merito a parità di trattamento, e della possibilità di conciliare in maniera più soddisfacente, grazie a una diversa organizzazione del welfare, il lavoro con le altre dimensioni della vita.

Se abbiamo a cuore il nostro futuro e il nostro sviluppo, dobbiamo tornare all’etimologia della parola economia: da oikos, casa (i beni di famiglia), e nomos, norma – ovvero l’utilizzo razionale di risorse limitate al fine di soddisfare al meglio i bisogni di tutti. Una cosa che funziona meglio se vista da punti di vista differenti: come sappiamo dall’esperienza delle famiglie, appunto. Ecco perché, come diceva un noto slogan femminista, “la differenza è una risorsa”.

Più resilienti, più attente, più organizzate: non sprechiamo questa straordinaria risorsa, in “Corriere Imprese Nordest”, 10 ottobre, p.11

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