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La nuova emigrazione, tra fuga e opportunità

Sono più di centomila quelli certificati. Ma sono molti di più, gli italiani andati a vivere all’estero lo scorso anno: perché di solito ci si iscrive all’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) solo dopo anni, quando la partenza non è più un’avventura appena iniziata ma una fase nuova della propria vita. Oltre diecimila dal Veneto (seconda regione in cifra assoluta, dopo la Lombardia), oltre quattromila dal Friuli, quasi tremila dal Trentino.

Nuova emigrazione? Solo in parte. Forse dovremmo aggiornare anche il vocabolario: e parlare di mobilità di medio e lungo raggio, di pendolarismo allargato. Perché si parte per cercare un lavoro che non si trova a casa, certo. Ma anche per fare il lavoro per il quale si è studiato, per farlo a condizioni migliori, con un salario più alto. E per fare esperienza, per spirito di avventura, per andare a vivere in paesi e città più stimolanti e vivaci, che offrono opportunità (non necessariamente solo di lavoro: anche di vita, di divertimento) che da noi non ci sono. E, infine, semplicemente perché il mondo è davvero globale, ogni posto è più vicino di prima, i viaggi sono molto più brevi e più economici, e si rimane comunque connessi – grazie a tecnologie a disposizione di tutti ed economiche – con il proprio paese di origine e i propri affetti. L’idea che muoversi e cambiare può valere la pena l’abbiamo introiettata tutti, ormai. Anche i pensionati che vanno a godersi la pensione altrove.

Quattro secoli fa il Mar Mediterraneo, diceva Braudel, era “largo una settimana”. Un secolo fa ci voleva un mese di transatlantico e l’impegno dei risparmi di una famiglia per andare in America. Oggi vai avanti e indietro in poche ore e con pochi soldi: i problemi semmai, a differenza del passato – quando viaggiare era tecnicamente complesso ma giuridicamente più semplice, e Phileas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne di fine ‘800, poteva fare il giro del mondo in 80  giorni praticamente senza documenti e visti – sta negli ostacoli legislativi. Il motivo per cui, incidentalmente, migliaia di disperati pagano migliaia di dollari, rischiando la vita, per partire da posti dove un charter costa una manciata di euro…

Noi abbiamo passaporti privilegiati – siamo nati non per nostro merito dalla parte giusta della storia – e possiamo spostarci. Ma le ragioni, rispetto al passato, sono cambiate. La fame vera c’è, ma è più rara. La disperazione muove una parte degli espatri over 50: espulsi dal mercato del lavoro, e che non riescono a rientrarci. Ma molti anche in questa fascia d’età cercano solo maggiori opportunità di crescita e salari più competitivi.

E i più giovani? Le ragioni sono molte, ma l’essere costretti a emigrare riguarda solo una parte di loro – reale, ma che non spiega tutto. Quelli con istruzione superiore cominciano già con gli Erasmus a proiettarsi altrove (e un terzo di loro finisce per sposarsi con persone d’altri paesi, scegliendo anche la residenza della persona incontrata). Nel mondo della ricerca si comincia dai primi anni di università a guardarsi in giro per i dottorati all’estero: e al primo anno di dottorato, si compulsano le mailing list che segnalano le opportunità di lavoro per disciplina, non per paese, nelle aree umanistiche come in quelle scientifiche. Chi sceglie questi lavori lo sa, che il mercato è “largo”: e se non lo sa ha fatto i calcoli male. Nel mondo dell’impresa, in molti lavori tecnici (a tutti i livelli: dall’operaio manutentore all’ingegnere capo, a molti altri) si presuppongono almeno alcuni anni di permanenza all’estero, o presenze temporanee ma lunghe legate a progetti. Nel mondo dell’arte, della produzione culturale (musica, danza, cinema, moda), dello sport, nessuno guarda più ai confini nazionali come a un vincolo. Ma anche chi fa il cuoco o il cameriere si proietta in un mondo di mobilità fin dai primi stage. E spesso spostarsi è l’opportunità che mancava per uscire dal controllo sociale familiare, per prendere in mano il proprio destino e buttarsi nel mondo senza rete. Il differenziale vero lo fa non il dover genericamente partire (accade anche in paesi messi meglio di noi), ma la tristezza di farlo perché altrove il welfare funziona meglio, la meritocrazia è reale, e nel caso di molte donne il lavoro non ti punisce per questioni di genere, come ancora fa da noi.

In prospettiva, la mobilità aumenterà ulteriormente, in ingresso e in uscita, quasi ovunque. E’ un mondo diverso: con i suoi vincenti e i suoi perdenti. Il problema è inventarsi le regole della convivenza in una situazione mutata. Il vero dramma non è l’emigrazione: ma il fatto che il cambiamento sociale è già avvenuto, e noi dobbiamo ancora cominciare a pensarlo.

La nuova emigrazione nella globalizzazione: tra fuga e opportunità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 ottobre 2016, editoriale, p.1

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