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Lezioni da Goro: cosa imparare, cosa dimenticare

Quanto accaduto a Goro ci offre un insieme di segnali che vanno interpretati.

Certo, c’è l’elemento che è stato più sottolineato: quello del rifiuto degli immigrati, cui ormai ci stiamo abituando – e anche il rifiuto delle decisioni paracadutate dall’alto, che ha molte ragioni. Per qualcuno è anche rifiuto dell’odiato centralismo, magari. Forse si può parlare anche di ribellione, o più propriamente di pulsioni ribelliste: contro quelle che consideriamo ingiustizie. Ma che possono prenderci quando ci troviamo a gestire un problema più grande di noi, che non capiamo, di cui ci viene catapultato a casa solo l’ultimo anello della catena, senza spiegazione delle concatenazioni precedenti, e non sappiamo cosa fare. Ma non è tutto qui: ci sono altri segnali da cui è utile trarre qualche lezione.

Intanto, colpisce il merito. Contro cosa si è lottato? Meglio, contro chi? Undici donne, di cui una incinta, e otto bambini. Un esercito che dovrebbe fare tenerezza, indurre pietà, e che diventa simbolo di un’invasione che non c’è. Si capisce che molti abbiano parlato di perdita dell’umanità: che precede di molto la solidarietà civile e la religione. Ma c’è un ulteriore costo, che paghiamo tutti, e non solo gli abitanti di un paese che rifiuta gli immigrati. Messaggi come questo sono devastanti, vanno contro ogni logica di integrazione, vanificando persino il gesto straordinario del salvataggio in mare. Che faccia ricorderanno, quelle donne e bambini (e tutti gli immigrati che vedono il telegiornale), dell’Italia? Quella generosa di chi li ha salvati, nutriti, scaldati, o quella odiosa di chi gli ha rifiutato un letto e li ha insultati? Ameranno l’Italia, dopo, o la odieranno? E qual è il bene e quale il male maggiore, per il paese?

Detto questo, ne abbiamo visti anche altri, di segnali. Una minoranza rumorosa, ma anche una maggioranza silenziosa, che talvolta si riprende la parola: nella voce di un sindaco capace di comprendere la sua gente ma anche di non condividerne le azioni (e avremmo voluto vederne più spesso, di questi tempi, di sindaci così), ma anche di tanta gente comune. E su questo c’è la responsabilità enorme dei mass media, dai giornali locali alle tv nazionali: una mediatizzazione ossessiva e isterica che dà visibilità a qualunque protesta, anche iperminoritaria, e nessuna al resto – diventando profezia che si autorealizza, e producendo l’effetto che dice di limitarsi a registrare. Che la protesta paga più della proposta, la pancia della testa, l’emotività della razionalità, l’insulto del dialogo.

Un altro segnale è significativo, e ci interroga. Tra chi protestava c’è chi ha fatto presente che era la prima volta che vedeva lo stato, presente con l’imposizione ma anche con la faccia pacata di forze dell’ordine civili ed educate. Succede anche in altri ambiti. Molti ragazzi è nelle carceri minorili che vedono per la prima volta qualcuno che si prende cura di loro, che li visita, che usa per loro la parola responsabilità e la parola progetto. Ma è esperienza di molti genitori, in fondo. Che instaurano il dialogo con i figli solo nel momento del conflitto. Meglio tardi che mai, certo. Ma sarebbe meglio prima, naturalmente. E non è solo la politica a doversi interrogare, su questo: ma tutti noi.

In questi casi forse non serve a nulla la razionalità. Ma va pur detto, nella fredda logica dei numeri, che paesi come Goro e Gorino, in costante spopolamento e invecchiamento, potrebbero anche trovare beneficio da una iniezione di popolazione giovane, ancorché straniera. Ma ragionamenti come questi potrebbero essere iniziati solo in altre condizioni: è difficile, in seguito a un diktat. Di fronte al quale i discorsi pacati non servono, e l’altra grande risorsa a disposizione – la capacità di costruzione di legami, di relazioni, tra vecchi e nuovi residenti – diventa difficile, se non impossibile in una prima fase. Qui c’è tanto, tantissimo da fare, e da ricostruire, in termini di tessuto sociale. Anche se dovremmo re-imparare, dalle generazioni che ci hanno preceduto, che non tutto è prevedibile, nonostante le abitudini anche culturali in cui siamo cresciuti e ci hanno coccolati e viziati: che esiste anche l’imponderabile, l’inevitabile, l’emergenza, l’urgenza. E bisogna imparare ad affrontarli.

Quello di cui molti cominciano ad essere stufi è la logica del no e basta, a prescindere. Magari, come in questo caso, pronunciato anche a nome di chi non si è espresso, o si sarebbe espresso in altro modo, da agitatori venuti da fuori, anche se gli agitati erano indigeni.

Si può e deve agire diversamente. A cominciare dallo stato (e, prima, dall’Europa). Ma non si può più non fare e basta. Le ruspe, da sole, non bastano. Neanche servono a fermare gli sbarchi. In mare, affondano. Occorre altro.

La maggioranza che non fa mai notizia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 ottobre 2016, editoriale, p.1

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