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Le fragilità del decisionista: la caduta di Bitonci

Bitonci è caduto. Non per merito delle opposizioni: ha fatto tutto da solo, creandosi uno ad uno i nemici interni che l’hanno rovinosamente buttato giù dalla poltrona di primo cittadino. Senza nemmeno arrivare a metà mandato. E partendo da un’investitura elettorale fortissima, che rendeva l’opposizione poco più che un atto dovuto.

Cade per un paradosso della politica, il cui significato non ha avuto modo di imparare: con il decisionismo (nel suo caso un po’ macchiettistico, più alla Totò che alla Mussolini), il faso tuto mi, il machismo celodurista, dividendo sempre a mai unendo, si possono prendere voti e ottenere consenso, sommando all’elettorato moderato i rancorosi e i facinorosi di svariate tribù. Ma non si può governare. Questione di stile di leadership: che è totalmente mancato. Per carattere del primo cittadino. Ma anche per il suo provincialismo. Padova non è Cittadella, e la sua ostinazione a dipingere, contro ogni evidenza, la città del Bo come una succursale dell’Africa e le mura cittadellesi come una ordinata piccola Svizzera non ha giovato. La stessa idea di governare alzando muri, contro tutto e contro tutti, infantilmente dando la colpa, come nel peggior grillismo delle scie chimiche, a fantomatici complotti dei poteri forti, mostra tutta l’inadeguatezza di chi, cresciuto con ricette semplicistiche, non è in grado di concepire la complessità del governo di una città. Ma non è un fatto imputabile solo alla personalità di Bitonci. Fa parte anche della sua idea di Lega, che non è solo sua: un partito che non può veramente allearsi con nessuno, capace di capitalizzare la protesta ma non di organizzare la proposta – come Salvini a livello nazionale, diversamente da Zaia a livello regionale.

Troppe scelte scellerate, che hanno pagato i padovani, hanno caratterizzato la breve stagione bitonciana: dalla rinuncia alla seconda linea del tram agli impuntamenti persino infantili sull’ospedale, fino alle pure e semplici cattiverie ideologiche nei confronti di tutto ciò che gli è alieno – non solo immigrati, ma mediatori culturali, mendicanti, kebab, persino la mensa dei poveri… Con il risultato che, per aver voluto giocare la caricatura del sindaco sceriffo, è stato sfiduciato per ultimo, ricevendone il colpo di grazia, da quello che si voleva l’assessore sceriffo. Entrambi dimentichi che in arabo sharif vuol dire nobile, santo, distinto: espressione che contrasta un po’ con la mediocre baruffa di provincia messa in scena.

Finisce una carriera politica. Non sarà presidente della regione, come già si immaginava. E le reazioni stizzite di Salvini e Ghedini la dicono lunga anche sull’impotenza delle prese di posizione nazionali di Lega e Forza Italia sulla forza (o meglio, in questo caso, sulla debolezza) delle dinamiche locali.

Il dopo è tutto da costruire. Bitonci potrebbe persino rivincere, scatenando i suoi ultras e i suoi tifosi (in senso non metaforico, dato che aveva promesso loro in cambio il nuovo stadio: l’ultimo dei problemi di Padova, tanto che non faceva parte nemmeno del suo programma elettorale), capitalizzando l’idea del cavaliere solo contro tutti. Ma è un gioco che funziona solo nel breve termine: alla lunga, non paga. Come sta scoprendo anche l’attuale premier.

Il desiderio di uomo forte al comando è ancora sentito, dato che i problemi sono seri. Ma ci vuole un comandante capace: e Bitonci è caduto per non essere all’altezza del ruolo. Mostrando tutti i suoi limiti. Circondandosi di mediocri yesmen e yeswomen, privi di personalità e del minimo sindacale di conoscenze, non si governa una città in cui l’ospedale e l’università sono più importanti, anche come aziende, del Comune, e le cui sfide hanno a che fare più con la globalizzazione che con l’identità territoriale.

Il principio di Peter attesta che “in una gerarchia, ognuno tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. Bitonci l’ha raggiunto e superato. C’è da auspicare che non abbia un’altra possibilità, per il bene di Padova. Ma per quello stesso bene occorre che l’opposizione (e anche l’ex maggioranza) faccia quello che non ha ancora mostrato di saper fare: avere un’idea forte della città, e un nominativo capace di coagulare e trascinare consenso, al di là delle alchimie di partito, trasversalmente e tangenzialmente ai micropotentati e alle burocrazie anche politiche, sempre più irrilevanti e inconsistenti.

Le fragilità del decisionista, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, editoriale, 13 novembre 2016, p.1

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