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Trasformazione, innovazione, competizione: come cambia il loro significato

“Siamo in un’età di transizione. Come sempre”. Lo scriveva Ennio Flaiano, ironizzando sulla pretesa di essere sempre in tempi nuovi. E tuttavia chi opera nei mercati, chi ha a che fare con le tecnologie (e i cambiamenti che implicano: non solo in termini di processi di produzione e di novità di prodotto, ma di organizzazione del lavoro e della vita, e persino di mentalità), e pure chi si limita a osservare il mondo da semplice spettatore e consumatore, non può accontentarsi di questa constatazione. L’accelerazione del cambiamento è tale da avere ormai valore qualitativo, non solo quantitativo: non determina solo il plus di alcuni indicatori (e il minus di altri); ci mostra un altro mondo, una diversa realtà. La trasformazione, parola interpretativa chiave dell’oggi, è davvero in atto. Ed è bidirezionale nelle sue conseguenze. Gli uomini trasformano i processi di produzione, il mondo intorno a sé, e da questo sono trasformati. In senso letterale: dando nuova forma – alle cose, e alle persone.

Tras-formare è appunto mutare di forma, di aspetto. Ma anche di contenuto. In molti ambiti ha finito per assumere un significato peggiorativo: in politica il trasformista è colui che cambia opinione e casacca secondo convenienza; in teatro è l’attore capace di cambiare rapidamente ruolo, apparenza, vestito. Nell’industria l’evoluzione tecnologica ce ne mostra invece un significato di concreta ed evidente immediatezza.

La trasformazione di oggi è profonda, incisiva, come tutte le vere rivoluzioni, industriali e non. È culturale, di mentalità. L’uomo è sempre riuscito a innovare, adattandosi all’ambiente. La trasformazione tecnologica ci consente di adattare l’ambiente a noi; anzi, di crearne di nuovi, virtuali, ma capaci di interagire con noi e persino tra loro. Un tipo di intelligenza diverso. Che presuppone un tipo di competizione altra, differente. Finora la competizione è stata vissuta soprattutto nel senso di gara (ne resta traccia nel vocabolario economico e giuridico: la gara d’appalto, ad esempio): la con-correnza, non a caso, che implica il correre, possibilmente più veloce degli altri; la competitività come lotta. Oggi da declinarsi invece sempre più in termini di competenza, ovvero di conoscenza, ed è altra cosa. Una competenza che costa acquisire, che costa anche di più mantenere e continuamente aggiornare, e quindi vale, o dovrebbe valere, ed essere valorizzata e anche monetizzata, sul mercato, più di qualsiasi altra cosa. Il linguaggio più antiquato porta con sé traccia anche di questo significato: la competenza è anche quanto compete, quanto spetta a chi ci ha reso un servigio.

Siamo cresciuti in una cultura della lotta tutti contro tutti. E abbiamo sempre immaginato la competizione sul mercato, e nella società, come una gara: dove uno solo vince, e gli altri perdono. Una lotta, spesso senza esclusione di colpi. L’etimologia della parola competizione ci riporta a un altro significato, che la rivoluzione tecnologica ci obbliga a riscoprire (cum-petere: andare verso, e con): la competizione come l’andare verso qualcosa, con, insieme, incentivando la col-laborazione (appunto il lavorare con), la creazione di reti, lo sharing, diciamo oggi – che in italiano suona meglio: la con-divisione – delle competenze e delle opportunità. Che ci mostrano come collaborare, correre l’uno con l’altro, sia più efficace che correre l’uno contro l’altro. La vicenda del competence center faticosamente acquisito dal Nordest, grazie a una collaborazione creata all’ultimo momento e per necessità più che per desiderio, lo mostra con plastica efficacia: si vince uniti, non divisi. I network di aziende, i distretti, le forme di condivisione di servizi, fino al co-working, sono altri esempi che vanno in questa direzione. Si vince uscendo dall’individualismo molecolare, tipico di tanta nostra impresa. Ma è una sfida culturale, prima che economica. Che si vince quindi investendo sul terreno della cultura, della scuola, dell’istruzione, della formazione, prima che sul mercato. La trasformazione va fatta lì, per poter essere portata altrove con successo: dove si formano le mentalità, per poterla trasformare in azioni. Ma per farla bisogna volerla. Per volerla bisogna capire che è necessaria e conveniente. E per capirlo ci vogliono buone antenne e un diverso e più diffuso sapere.

La trasformazione cambia tutti i processi. E anche gli uomini, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 14 novembre 2016, rubrica “Le parole del Nordest”, p.3

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