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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Comunque vada…

Oggi si vota per cambiare la costituzione, o per decidere di non farlo. Il nocciolo della questione è tutto qui: e la palla – in forma di scheda elettorale – è in mano agli elettori.

Se si vota Sì, si introducono cambiamenti che cercano di velocizzare e rendere più efficiente il sistema di produzione legislativa, modificando i meccanismi della rappresentanza, senato in primo luogo. Se si vota No, resta tutto come è ora.

Certo, si è costretti a ridurre una questione complessa a un Sì o a un No. Ma non è quello che facciamo tutti, nella nostra vita, di fronte a molte variabili, prendendo delle decisioni? Che sia sposarsi, acquistare un’automobile, scegliere una facoltà universitaria, aprire un’azienda a un nuovo prodotto o a un nuovo mercato. Si valutano i pro e i contro, i costi e i benefici, per quel che si può. Ma poi si sceglie, per così dire all’ingrosso. E si agisce di conseguenza. Con le incertezze del caso. Senza rinviare più.

Si può discutere della qualità e dell’opportunità dei cambiamenti proposti: e lo si è fatto in questa lunga campagna elettorale (quando non si è parlato d’altro, come spesso è accaduto). Qui non ce ne occuperemo: ormai ognuno ha già fatto le sue scelte, o le farà in cabina elettorale, leggendo il quesito. Ma è indiscutibile che dei cambiamenti occorrono, urgentemente.

Per questo non è stata negativa, questa campagna elettorale. Certo, i toni hanno trasceso spesso, le accuse si sono radicalizzate, si sono divise famiglie, amicizie, generazioni, partiti. Ma la passione della discussione ha fatto se non altro aumentare la conoscenza media della costituzione, e la consapevolezza dei problemi legati al funzionamento della macchina istituzionale: un risultato positivo. Un patrimonio che si potrà e si dovrà recuperare presto.

Comunque vada, resta infatti che questo paese ha un enorme bisogno di cambiamento, di innovazione, di semplificazione. Che non si esaurirà: né che vinca il Sì, né che vinca il No. Non si può pensare di rimandare indefinitamente questa trasformazione: il prezzo lo paghiamo tutti. Bisognerà al contrario prenderla di petto: oggi più di ieri, proprio perché ce n’è maggiore consapevolezza. Con più velocità. Con sempre maggiore radicalità.

Comunque vada, ci sarà la responsabilità di unire il paese, di ricomporre le fratture. Ma non sul niente, o sull’immobilismo: su altri, ulteriori processi di mutamento. Delle istituzioni, della legislazione, dell’economia, della società. Ed è cosa difficile, che non potrà che passare per altri conflitti, altre fratture, altre divisioni. E’ bello raccontarselo, ma è illusorio pensare – in una società sempre più plurale – di coinvolgere tutti, magari all’unanimità, in processi inevitabilmente complessi, che riscrivono equilibri, toccano interessi, rispondono a bisogni profondamente diversi.

Comunque vada, dovremo tutti, non solo i politici (professioni, categorie produttive, associazionismi), nella chiarezza e nella differenza delle posizioni, riprendere il dialogo con chi la pensa diversamente da noi. Perché se non ci può essere unanimità sui progetti di cambiamento, ci può essere e si deve comunque ricercare la massima unità possibile sulle ragioni per cui non si può andare avanti come si è fatto in passato.

In fondo, questo è già emerso. Tra chi è a favore della riforma. E tra chi è contrario: non a caso, molti dicono che bisognerebbe cambiare comunque, solo in altro modo. Il problema è sapere in quali condizioni sarà più facile metter mano ai cambiamenti futuri.

Cambiare, comunque vada, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 dicembre 2016, editoriale, p.1

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