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Cosa c’è dietro all’odio nei confronti dei profughi

Il danneggiamento degli appartamenti destinati ad accogliere una decina di profughi all’Arcella, quartiere di Padova ad alta densità di popolazione immigrata, non è una notizia minore. E’ un segnale che trascende la cronaca locale, per diventare specchio dei tempi che stiamo vivendo. Un simbolo, sul quale vale la pena riflettere.

Intanto, cosa è successo? Una cooperativa, “Il Sestante” (una di quelle che non fa business sui profughi, ma si spende per risolvere un problema che è nell’interesse di tutti noi risolvere, affinché il suo impatto sia minore: e lo fa incontrando anche i cittadini, spiegando cosa accade, lasciando i propri recapiti, in totale trasparenza e collaborazione) ha preso in affitto due appartamenti all’Arcella, per ospitare una decina di richiedenti asilo.

Hanno lavorato fino all’ultimo per metterli a posto: poi, nottetempo, qualcuno si è intrufolato negli appartamenti distruggendo i sanitari, strappando prese, contatori e cavi elettrici, spaccando le valvole dei termosifoni, lasciando che l’acqua lo invadesse. Lo scopo, evidente, era di renderli inagibili, rendendo impossibile l’accoglienza.

Ci sono delle ragioni per la rabbia dei cittadini. Processi che avvengono sopra la loro testa (e non ci riferiamo solo all’immigrazione: ci riferiamo a tutto, in tempi di globalizzazione), senso di insicurezza (che non deriva dall’immigrazione, ma da qualcosa che la precede e la sovrasta: dalla rapidità dei cambiamenti ai processi di precarizzazione), difficoltà nella propria vita privata (i processi di impoverimento dei ceti medio-bassi e di maggiore difficoltà della vita di tutti sono evidenti, e spiegano molte cose che stanno accadendo negli ultimi anni, sul piano sociale, culturale e politico), e infine legati proprio alla gestione dell’immigrazione: perennemente emergenziale, difficoltosa (anche per la mancanza di collaborazione di molte istituzioni locali, va detto), spesso mal gestita, percepita come discriminante nei confronti dei bisogni degli autoctoni. Si spiega, dunque, che una parte della gente si senta più fragile, e in alcuni casi anche più rabbiosa e incattivita: l’anello debole perennemente sollecitato. Ma ci sono dei limiti nella libertà di manifestarla, la propria rabbia, che oltre una certa soglia vanno analizzati nelle loro conseguenze – e denunciati.

Intanto, va ricordato che c’è stata una semina politica, in questi anni, che ha individuato nel migrante e nel profugo non l’effetto, ma la causa di tutti i mali. Questa semina ha nomi e cognomi, persone, partiti e associazioni, e si riduce all’individuazione di un capro espiatorio buono per tutte le occasioni, anche elettorali. Così, degli immigrati, si dimentica volentieri che partecipano come gli italiani alla produzione di ricchezza del paese (con il surplus prodotto dagli immigrati si pagano circa 65.000 pensioni di autoctoni), che in larga parte lavorano onestamente nelle nostre case, nelle nostre officine e negozi, e che del nostro paese condividono anche difficoltà e contraddizioni: e diventano solo il parafulmine delle nostre frustrazioni. E, dei richiedenti asilo, si dimentica che hanno una storia concreta e individuale di sofferenze, che sono umani, e diventano una categoria astratta di nemici – capri espiatori, appunto. Di mali che non hanno prodotto. E’ questa semina culturale e politica che legittima e guida atti forti, estremi, che fossero compiuti da altri nei nostri confronti non esiteremmo a definire barbari: rifiutare l’arrivo di venti donne a Goro, distruggere l’appartamento in cui devono andare a vivere dieci ragazzi all’Arcella.

La rabbia, dicevamo, ha le sue buone ragioni: l’obiettivo verso cui si indirizza è inaccettabile, nel contenuto, e nei modi. E oltre tutto non è, a sua volta, una soluzione ai problemi, e non è in grado di indicarla. E’ solo una fonte di impoverimento in più: morale ed economico, delle tasche e delle coscienze, dato che atti come questo non migliorano di nulla la nostra situazione materiale, degradando significativamente quella civile.

Ma, forse, un modo di rispondere, civile, c’è: quello di far vedere che non è rappresentativo del modo di pensare e di agire di tutti, ma solo di qualcuno. E che altri darebbero invece volentieri una mano per risolverli, i problemi, anziché farli incancrenire. Concretamente. Materialmente. Per riparare i danni arrecati, anziché per arrecarne di nuovi.

La semina dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 dicembre 2016, editoriale, p.1

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