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Referendum: cambiare si può

Non esistono ottime riforme. Forse non esistono nemmeno riforme buone. Esistono riforme che migliorano: che ri-formano, che danno nuova forma appunto, a ciò che conosciamo.

Perché ciò che conosciamo, perché noi tutti, perché qualunque cosa e qualunque persona, ha bisogno di cambiamenti, anzi vive di cambiamenti: la stasi, infatti, è la morte.

Aggiornare, cambiare qualcosa: vuol dire semplicemente vivere, crescere.
Pensate alle vostre coppie e alle famiglie. Il patto sociale cambia continuamente. Non accettare di cambiare vuol dire non crescere, non accettare la responsabilità di essere adulti.

E i costituenti lo sapevano. Lo diceva già Meuccio Ruini, Presidente della Commissione Costituzionale, nella relazione all’Assemblea Costituente prima del voto finale sulla Costituzione, il 22 dicembre 1947: “La Costituzione sarà gradualmente perfezionata, resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi, i nostri figli, rimedieremo alle lacune ed ai difetti che esistono e sono inevitabili”.

E difetti ce n’erano molti. Tanto che la costituzione è già stata cambiata numerose volte, fin dall’inizio.

Questa riforma non è certamente la migliore possibile. Molti, anche tra coloro che vi si oppongono, riconoscono che la proposta di modifica originaria era più coerente. E tuttavia, nel compromesso parlamentare, esattamente come è successo alla costituente – dove forze politiche diverse volevano cose diverse – si introducono modifiche, si giunge a compromessi (molte modifiche sono state incluse per coinvolgere gruppi politici che poi, dopo averle ottenute, hanno deciso di votare comunque No, peraltro). E’ questa l’essenza della politica. L’unica riforma possibile è quella che ha i voti. Questa è stata votata.

E oggi il popolo è chiamato ad accettarla o a rifiutarla. La massima espressione della democrazia. Per inciso: ricordo che la Costituzione entrata in vigore nel ‘48, invece, non è stata votata dal popolo…

Certo, è una scelta limitata al Sì e al No. Perché così è la vita. Come di fronte a un matrimonio. Possiamo valutare i pro e i contro, i vantaggi e gli svantaggi, i costi e i benefici della persona che vorremmo sposare. Ma poi, dobbiamo deciderci, per un Sì o per un No. Senza poter rinviare ancora. Senza poter mediare ancora. Senza poter migliorare ulteriormente. O Sì o No. Arriva il tempo in cui bisogna decidere. Il tempo è adesso.

Io scelgo il Sì. E qui provo a spiegarne le ragioni.

La prima riguarda la maggioranza che l’ha votata. Certo, tutti avremmo voluto fosse maggiormente condivisa. Ma con una forza – il Movimento 5 stelle – che da sola rappresenta un terzo dell’elettorato, e ha sempre detto che la modificherà da sola, quando sarà al potere, senza alleanze (loro le chiamano inciuci, ma sono semplicemente i necessari accordi che servono per vivere insieme ad altri che non la pensano come noi, senza infantilismi), e un’altra forza – la Lega – che dice No a tutto (anche all’Europa, all’euro e quant’altro, e ovviamente anche a questa riforma, pur di buttare giù il governo), davvero si pensa che una riforma costituzionale, qualsiasi riforma costituzionale, avrebbe potuto ottenere più del 56-58% dei voti con cui, per 6 volte, questa riforma è stata votata alla Camera e al Senato? (con una maggioranza che alla camera è stata di 40 voti in più della maggioranza, 20 in più di quello che garantirebbe l’attuale legge elettorale alla sola maggioranza). Peraltro, se solo Forza Italia e la minoranza del PD che oggi chiedono di votare No dopo aver votato Sì in aula, avessero mantenuto il loro voto, questa riforma sarebbe votata dalla maggioranza e da gran parte dell’opposizione. Nessuno, in futuro, in nessun caso, potrà avere una maggioranza più alta: perché i promotori del No vogliono cose diverse (chi il presidenzialismo, chi il proporzionalismo, chi l’elezione diretta del premier e chi lo stato federale, chi l’abolizione del senato e chi il mantenimento di quello attuale riducendo il numero dei senatori), e non potrebbero mettersi d’accordo su nulla. Quindi, se non passa questa riforma, è improbabile che ne passi qualsiasi altra, nel medio termine. Anche perché ci sarà il grande alibi degli elettori: sono stati loro a non voler cambiare, a votare No, ci diranno…

A proposito di maggioranze. Certo, dopo si sono aggiunti altri voti per il No: anche da parte di chi ha votato Sì in parlamento (Forza Italia e la sinistra del PD). Sarà compito loro spiegare perché, dopo aver votato Sì svariate volte, chiedono ad altri, gli elettori, di dire di No a quello che loro stessi hanno votato. Io qui voglio rimanere nel campo della razionalità…

Molti si chiedono: questa riforma era necessaria? Sì, lo era, lo è.

Già nella prima legislatura repubblicana il presidente del senato De Nicola istituì un “Comitato di studio sulla modifica della composizione del Senato”: perché già si sapeva che c’era qualche problema.

Nell’82 (34 anni fa), ci fu il Decalogo Spadolini. Poi tre Commissioni parlamentari: la commissione Bozzi (1983-85), la De Mita e Iotti (1992-94), e la bicamerale D’Alema (1997-98). Molti tentativi di riforma sono stati approvati da una sola camera. Poi i comitati governativi incaricati di proporre le riforme: Speroni, Maccanico, Letta-Quagliariello. Non solo: dall’87, su 19 governi, 15 hanno avuto un Ministro per le Riforme – segno che le si volevano. Dal ‘94 del resto esiste in Consiglio dei ministri un Dipartimento per le riforme istituzionali. Per finire con gli appelli dei Presidenti della Repubblica: quasi tutti, ultimo Napolitano, che aveva istituito un gruppo di lavoro, e nel famoso – applauditissimo dai parlamentari di allora, che sono gli stessi di adesso – discorso di accettazione del secondo mandato, aveva posto come condizione che si facesse la riforma costituzionale: il governo Letta, e l’attuale governo Renzi, sono nati con questo mandato.

E qualcuno ha il coraggio di dire che non servono, che sono inutili, che si è fatto troppo in fretta, che è meglio se diciamo NO e poi ricominciamo da capo?

Per inciso, molte delle riforme non portate a termine in passato proponevano cambiamenti molto più ampi di questa, riscrivendo gli equilibri tra poteri. Addirittura promuovendo il presidenzialismo o rafforzando il premier, dandogli il diritto di revocare i ministri. O in altri casi chiedevano le stesse cose che contiene questa riforma: Senato con rappresentanza regionale, riduzione dei parlamentari, differenziazione del lavoro tra le due camere, possibilità di dare la fiducia a una sola.

La Commissione D’Alema addirittura riscriveva la costituzione e modificava 85 articoli, voleva il Presidente eletto (stravolgendo gli equilibri attuali), ma anche con la fiducia solo dalla Camera dei deputati (come propone questa riforma), con parlamentari ridotti a 700 (più o meno come si propone ora). E adesso vota No parlando di svolta autoritaria…

Il progetto Berlusconi, infine, fu bocciato da un referendum: ma dava al Premier un eccesso di poteri, il Presidente della Repubblica era eletto dalla maggioranza (in comune aveva che solo la Camera dà la fiducia) – e anche loro, dopo averla votata, adesso votano NO, perché ci sarebbe la deriva autoritaria, come ha detto anche Casa Pound… !!!

Questa riduce i parlamentari, introduce differenze tra il tuolo delle due camere, come funzioni e come procedimento di elezione, la fiducia la attribuisce a una sola, abolisce un ente inutile come il Cnel, amplia la partecipazione popolare (ne parliamo dopo), ecc. Senza aumentare i poteri del premier e cambiare equilibri tra Presidente, Premier e Corte Costituzionale (gli articoli relativi non vengono toccati).

Si è fatto troppo in fretta? Si è corso, invece di cercare un consenso maggiore, come abbiamo visto impossibile? Ragioniamo.

Due anni e quattro giorni di lavori: alla costituente ci hanno messo meno, per scriverla tutta…
175 sedute parlamentari, contro 170 alla costituente.
4700 e rotti interventi, contro meno di 200 alla costituente.
5272 votazioni, contro 606.
Esperti auditi: 150.
Emendamenti approvati 122, degli oltre 83 milioni (!)presentati.
Votata 3 volte al senato e 3 volte alla camera.
Davvero occorreva più tempo? Non scherziamo…

E’ una riforma troppo ampia? Vediamo.

Non si tocca tutta la prima parte della costituzione, quella sui diritti fondamentali. I primi 54 articoli, sui fondamentali, restano intonsi.

Come le fondamenta e i muri della casa: non li tocchiamo.
Ma ci occupiamo di reimbiancare, rifare alcuni intonaci, mettere qualche mensola più funzionale in più, buttare via cose vecchie che intasano armadi e occupano spazio senza svolgere alcuna funzione utile, per ripartire più leggeri.
Poi magari un’altra primavera, se siamo d’accordo tutti in famiglia, cambiamo di nuovo i colori della cucina e compriamo un frigorifero nuovo.

La Costituzione è un prodotto storico. La costituente aveva preoccupazioni diverse da quelle di oggi (quella che si sarebbe chiamata guerra fredda, lo scontro PCI-DC, la paura del ritorno dei totalitarismi): per questo ha accettato di pagare il prezzo della instabilità dei governi, di situazioni di stallo in parlamento. Mantenerla uguale oggi, in un contesto completamente diverso, è una forma assurda di sacralizzazione del testo (sorprendente, da parte di molti che non conoscono altro testo sacro…). Che neanche i costituenti volevano. Tanto è vero che hanno messo l’art. 138 per spiegare come cambiarlo, il testo.

Questa riforma incide formalmente su 47 articoli. Ma nella sostanza solo su 29, le altre sono modifiche conseguenti, meramente formali (tipo abolire la parola province o la parola senato da alcuni articoli). E’ davvero uno stravolgimento, o non un semplicemente ma urgente e necessario aggiornamento?

E’ la riforma migliore possibile? Non lo penso per niente, come ho già detto. Ha sicuramente dei difetti. Il problema è che lo status quo è peggio, perché la costituzione attuale di difetti ne ha di più. Tanto è vero che quasi tutti quelli contro questa riforma ne hanno un’altra sotto mano, hanno la loro. Anche a proposito di Riforma Costituzionale siamo come durante i Campionati del mondo di calcio: tutti Commissari Tecnici della nazionale, tutti con la loro formazione ideale e imbattibile in testa. Io ho un atteggiamento pragmatico e realista: la sola riforma possibile è quella che ha i voti. Questa li ha avuti: a sufficienza per mettere la scelta in mano ai cittadini. Nessun’altra ce li ha: che si chiami D’Alema o Zagrebelski, Grillo o Salvini (peraltro, non sono stati capaci nemmeno di raccogliere le firme: oggi si vota perché le firme per ottenere il referendum le hanno raccolte i comitati per il Sì, non i comitati per il No, che peraltro le raccoglievano sotto lo stesso quesito che poi hanno contestato, e che è quello su cui voteremo…). Serve un piccolo bagno di realtà: l’alternativa è votare questa riforma o tenerci questa costituzione per i prossimi vent’anni o più.
Sono d’accordo persino con alcuni del No. Anch’io avrei preferito una assemblea costituente. Peccato che la costituzione non lo preveda. E’ essa stessa che ci dice quali sono i modi per cambiare la costituzione (art. 138): e sono quelli che sono stati adottati.

Che gli elettori si pronuncino, dunque. Con la speranza che lo facciano stando nel merito della riforma.

Perché è necessario stare nel merito? Perché solo così si capisce cosa votiamo.

Uscirne è come se, al referendum sul divorzio, invece di decidere se eravamo favorevoli o contrari alla cosa in sé, ci fossimo domandati se favoriva o contrastava gli interessi della chiesa, o se era un complotto dell’ateismo sovietico per indebolire la famiglia in occidente.

Ecco, così mi paiono molte spiegazioni complottistiche del No.

Non è un referendum su Renzi o sul governo: per quello ci sono le elezioni.

Peraltro: sei contro Renzi? Puoi esserlo meglio con la nuova costituzione, e pure con la legge elettorale, l’Italicum, e con il referendum propositivo, con quorum diminuito, che viene introdotto.

E a proposito: l’Italicum, la legge elettorale, non c’entra.
Non votiamo sull’Italicum: votiamo sulla riforma costituzionale, che non include la legge elettorale, che è una legge ordinaria.

A proposito: c’era l’obbligo di farne una. Perché nel 2013 la Corte Costituzionale ha definito parti significative del cosiddetto Porcellum incostituzionali, cassandole – restava praticamente solo il sistema proporzionale, che condannerebbe il paese all’ingovernabilità perché obbliga a coalizioni tra soggetti diversi in contrasto tra loro. E che è stata legittimamente votata dal parlamento, come le precedenti. E che si può cambiare ancora: basta avere una maggioranza.

A me l’Italicum non dispiace. In ogni caso il PD e Renzi si sono già proposti di prendere l’iniziativa di cambiarla, per togliere qualsiasi alibi rispetto al voto sulla riforma costituzionale. Non solo: la riforma costituzionale prevede che in ogni caso si debba pronunciare la Corte costituzionale in anticipo, su questa e su qualsiasi altra futura legge elettorale, per evitare l’assurdo di aver votato varie volte con il Porcellum per poi vederlo dichiarare incostituzionale, come accaduto in questi anni. Non è un miglioramento?

Ma comunque non si vota sulla legge elettorale. Anzi, il paradosso è che si vincesse il No, non avremmo la riforma della costituzione, ma potremmo doverci tenere l’Italicum (aggiungendo una nuova parte per il Senato). E la nuova futura legge, come l’Italicum e come la riforma costituzionale, sarà frutto di compromessi, come inevitabile: non la legge ideale che ciascuno di noi vorrebbe (e che non esiste).

In ogni caso, la legge elettorale è una legge ordinaria: potrà essere cambiata da chiunque abbia una maggioranza per farlo, domani, come è stata cambiata da chiunque avesse una maggioranza per farlo, ieri. Niente che debba essere sottoposto a referendum e su cui si possano pronunciare i cittadini, peraltro.

Stiamo nel merito, allora. Per me i punti più significativi sono questi.

Bicameralismo perfetto, o paritario (perché perfetto non è per nulla, anzi, è disastroso…). Il sistema attuale – questo bicameralismo –non esiste in nessun paese occidentale, così.  Forse c’è un motivo.

Immaginate una doppia assemblea di condominio o un doppio consiglio d’amministrazione di una azienda: una che controlla l’attività dell’altra.

A cosa serve? E infatti – frutto di un compromesso tra De Gasperi che voleva il senato delle professioni e il PCI che voleva quello delle regioni o il monocameralismo – fu criticato già da Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la costituzione, il giorno prima dell’entrata in vigore della costituzione.

Fu un compromesso tra due fronti, che entrambi avevano paura che l’avversario, vincendo, si prendesse tutto. Costantino Mortati parlava addirittura di “funzione ritardatrice della procedura legislativa”. Vi pare che nel 2016 abbiamo ancora bisogno di questo, o non piuttosto del contrario?

Se si fosse una sola camera che legifera su oltre il 95% delle materie (come prevede questa e la maggior parte delle precedenti proposte di riforma costituzionale), oggi molte proposte di insabbiate presso l’una o l’altra camera sarebbero legge.

Non solo: una sola fiducia evita il rischio maggioranze differenziate, come accaduto in 4 elezioni su 6 dal 1994 ad oggi: in cui si sono prodotte maggioranze diverse tra camera e senato, con il risultato di rendere deboli o impossibili governi sottoposti al ricatto di minoranze minuscole (governo Prodi) o possibili solo comprandosi degli alleati (governo Berlusconi), e accorciando la vita delle legislature. Perché dovremmo tenere in piedi un sistema così? Masochismo?

Il nuovo Senato. In questa legislatura è successo un piccolo miracolo: i senatori hanno votato di non esistere più, e si sono ridotti di un terzo i parlamentari: da 945 a 730. Il parlamento più numeroso e costoso dell’occidente si è autolimitato. Vogliamo tornare indietro?

Viene sanata anche una divisione iniziale: la diversità di corpo elettorale, che al senato prevedeva si votasse solo dai 25 anni, e per essere eletti bisognava averne 40 – una vestigia del tempo che fu, e dell’idea che una camera più ‘saggia’ rimediasse agli errori dell’altra (infatti in origine il mandato del senato durava un anno di più della camera, per questo – solo più tardi questo articolo della costituzione venne cambiato e la durata delle camere parificata).

Sparisce quindi il doppio scrutinio, per la maggior parte delle materie, e addio alla navetta (o ping pong) delle leggi, tra una camera e l’altra (e si evita che molte leggi vengano approvate da un ramo del Parlamento, ma non dall’altro: 150 nella XVI legislatura, contro le 350 approvate in via definitiva).

Inoltre l’Italia era l’unico stato regionale o federale che non prevedeva la presenza di rappresentanti delle autonomie nella formazione delle leggi nazionali che li riguardano. Oggi questo cambia: i senatori diventeranno 100, e saranno eletti tra i consiglieri regionali e 21 sindaci.

La legge per decidere come eleggerli è ancora da fare: si pensava inizialmente a una elezione di secondo grado (come al Bundesrat tedesco e in molti altri casi), ma oggi c’è già un accordo (la cosiddetta proposta Chiti) per dare a ogni cittadino due schede, così da esprimere la propria preferenza su chi vorrebbe eleggere direttamente in senato.

I senatori prenderanno il loro solo stipendio di sindaco o di consigliere regionale (che viene diminuito, parificandolo a quello del sindaco capoluogo di regione – che incidentalmente lavora molto di più; e con tagli consistenti, che sono il motivo inconfessato per cui molti consiglieri regionali, di tutti i partiti, sono contro la riforma).

Non ci sono più senatori a vita, anche se restano quelli di nomina presidenziale, che scadono alla scadenza del settennato.

Vengono unificati gli uffici delle due camere.

Restano le leggi bicamerali su alcune materie fondamentali, le leggi di sistema: leggi costituzionali, su minoranze linguistiche e referendum, su enti locali, sull’attuazione delle politiche dell’Unione Europea.

E i senatori possono teoricamente intervenire su tutte: in tempi certi, però, e il loro parere non deve necessariamente essere accolto (ha 30 giorni di tempo per svolgere la sua valutazione, poi decide la camera, comunque).

Diventa una camera di compensazione tra stato e regioni, che prima non c’era, creando un raccordo e collegamento tra Stato, autonomie territoriali e Unione Europea.

Meno contenzioso tra stato e regioni.

Tutte le volte che una regione non è d’accordo con lo stato, fa ricorso alla Corte costituzionale: il Veneto si è specializzato in questo, facendo saltare nei giorni scorsi anche l’attesissima riforma della pubblica amministrazione, la cosiddetta riforma Madia, su cui era d’accordo lo stato e anche le altre 19 regioni, su una questione capziosa e irrilevante legata alla nomina dei dirigenti.

Lo stesso fa lo stato quando non è d’accordo con le regioni.
Dalla riforma del titolo V della costituzione, del 2001, il contenzioso è enormemente aumentato. Solo nel 2015 ci sono stati 104 ricorsi e il 40% delle sentenze sono su questo. Di fatto quasi la metà del tempo della corte costituzionale è dedicato a dirimere i conflitti di competenze tra stato e regioni. Prima della riforma del 2001 era il 10%.

La riforma cerca di porre un rimedio a questa situazione.
Portando in senato i legislatori regionali perché il conflitto scenda, affrontandolo prima di approvare le leggi.

Centralizza alcune materie, ma le regioni virtuose possono contrattare nuovi livelli di autonomia, intermedi tra la situazione attuale e le regioni a statuto speciale.

Lo stato si riappropria di alcune competenze in cui è utile lo faccia. Materie come trasporti, energia, turismo, infrastrutture strategiche, o le grandi reti di trasporto e navigazione, la protezione civile e altre, è un nonsense che siano concorrenti, ovvero attribuite sia alle regioni che allo stato: oggi non si farebbe nemmeno l’Autostrada del Sole con l’attuale normativa. Queste vengono attribuite esclusivamente allo stato: in caso di conflitto interverrà la corte costituzionale, nel caso (ma molto meno di oggi).

Mentre diventano di esclusiva competenza regionale materie come le tematiche di carattere ambientale, le minoranze linguistiche, la pianificazione del territorio regionale, la mobilità interna e dotazioni infrastrutturali regionali, i servizi sanitari e sociali, la promozione dello sviluppo economico locale, i servizi alle imprese, le attività culturali e di promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici.

Si costituzionalizza un principio di salvaguardia dell’unità nazionale, che in parte esiste già, per casi particolari: si immagini una gravissima crisi finanziaria, che imponga l’abolizione di limitazioni alla spesa pubblica anche regionale, o, che so, un terremoto in più regioni, che imponga di  coordinare gli interventi.

Cambia il modo di proporre le leggi, migliorandolo.

Finora si faceva così. Il governo propone una legge che ritiene essenziale, approva un decreto legge (immediatamente attuativo, per cui se il parlamento lo cambia si crea contenzioso), e se di fronte a modifiche del parlamento insiste, chiede la fiducia: cosa che si fa da tempo, qualunque sia il governo, con un abuso, questo sì, di fatto incostituzionale.

Con la riforma si cambia. I progetti che il governo considera essenziali vengono passati alla camera con una corsia preferenziale, non sono immediatamente esecutivi, la camera può modificarli entro 70 giorni, dopodiché diventano, solo allora, esecutivi.

Un sistema più razionale, meno autoritario e più democratico di oggi.

L’alternativa sono le fiducie a ripetizione o i cosiddetti maxiemendamenti. L’abuso insomma è oggi, non in futuro: il caso più clamoroso di scostamento tra costituzione formale e sostanziale, tra intenzione costituenti e prassi istituzionali.

Si pensi alla legge sulla droga (la famigerata Fini-Giovanardi, che ha prodotto più effetti negativi che positivi, a cominciare da un aumento esponenziale della popolazione carceraria): inserito da Berlusconi nel decreto olimpiadi. O al 2010, in cui si è infilato nel decreto salva Italia l’abolizione delle province. O ai molti decreti detti mille proroghe, in cui si infilano emendamenti a favore dell’una o dell’altra lobby.

Insomma, si creano strumenti fisiologici e si tolgono di mezzo quelli patologici. Razionalizzazione, si chiama. E mi pare sia un vantaggio.

Più democrazia diretta. La riforma introduce il referendum propositivo: da regolare con legge costituzionale da scrivere in parlamento.
Modifica il quorum, tenendo conto dell’astensionismo alle elezioni politiche. Funziona così. Se i promotori di un referendum raccolgono 500mila firme, le cose restano come ora. Si va a votare, ma se non si raggiunge il quorum (metà più uno degli elettori), il referendum non è valido: buttando via soldi ed energie in referendum inutili.

Se si raccolgono 800mila firme (nel frattempo, da quando era stata scritta la norma, la popolazione è passata da poco più di 40 a oltre 60 milioni), il quorum si abbassa, legandosi a quello dei votanti alle elezioni politiche precedenti.
Inoltre le leggi iniziativa popolare richiedono di raccogliere non più 50mila ma 150mila firme: ma il parlamento ha l’obbligo di esaminarle, cosa che finora non ha mai fatto.

Possibile che chi vuole più democrazia diretta sia contro?

Ci sono anche cose minori, ma non tanto, e di cui non ha parlato quasi nessuno in questa campagna elettorale. La trasparenza entra per la prima volta in costituzione, all’art. 97. E soprattutto viene sancita la parità di genere nell’elettorato: come recita l’art. 55 “le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” (ripreso per le regioni negli artt.117 e 122. Poi si abolisce un ente inutile come il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), che gli elettori non hanno giustamente praticamente mai sentito nominare, e si aboliscono definitivamente le province, togliendole dalla costituzione.

Pesi e contrappesi. Non cambia nulla, perché non si toccano. La parte della costituzione relativa ai poteri del presidente della repubblica, del primo ministro, e della corte costituzionale, restano invariati.

Costi della politica. E’ la parte che mi appassiona meno. Ma non è irrilevante. E non sta tanto nella diminuzione del numero dei senatori e dei loro vitalizi (peraltro il loro stipendio sparisce per tutti, inclusi i 100 che restano, che saranno già pagati dal loro stipendio di sindaci o consiglieri), nella diminuzione del costo dei consiglieri regionali, nell’abolizione dei fondi dei gruppi regionali che tanti scandali hanno provocato in mezza Italia. Il vero risparmio sarà nella razionalizzazione della produzione di leggi, nella sua velocizzazione (abolizione di navetta o ping pong tra le camere e introduzione della corsia preferenziale per il governo), nella diminuzione del contenzioso e nella maggiore certezza della legge. sono i costi indiretti, quelli veri, non quelli diretti: e cambiano entrambi significativamente.

In sostanza, se si vota No, si vota per:

-       mantenere 315 senatori anziché 100

-       mantenere un senato che fa lo stesso lavoro della camera

-       mantenere il doppio voto di fiducia e la possibilità di maggioranze diversificate

-       impedire l’allargamento degli spazi di democrazia diretta, come referendum e leggi di iniziativa popolare

-       impedire al governo di proporre leggi più rapidamente, e mantenere il voto di fiducia e l’efficacia immediata dei decreti

-       tenersi il CNEL e le province

-       mantenere più alti i costi della politica

-       non introdurre la parità di genere nelle elezioni

Se si vota Sì, si sceglie di cambiare tutto ciò.

Nonostante non tutto mi piaccia di questa riforma, e restino problemi aperti, mi pare ci siano sufficienti ragione per VOTARE SI’, con convinzione.

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