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Il vecchio e il nuovo

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L’ Espresso, 5 gennaio 2017

Avanti tutta, verso il passato

Dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, dalla Brexit all’est Europa: ci si rinchiude nei valori identitari, si cercano le radici ancestrali . Dagli anni Novanta in poi abbiamo iniziato a galleggiare. Riusciamo forse a consolidare il presente, ma non a immaginare il domani

di Marco Pacini

05 gennaio 2017

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Avanti tutta, verso il passato Populismo, nazionalismo, razzismo, protezionismo, muri che si rialzano, ripiegamenti identitari e legislazioni con ammiccamenti teocratici, dalla cattolica Polonia alla re-islamizzata Turchia. O peggio: se non siamo ancora arrivati alla riedizione della dottrina Sangue e Suolo, di certo c’è chi la coltiva con sempre meno timidezza, sia nella natìa Germania sia in qualche pezzo della nuova Europa che ha visto rinsecchirsi troppo presto la mammella global del benessere occidentale.

È come un film che scorre a ritroso. Altro che la “fine della storia”, annunciata all’inizio dei Novanta del secolo scorso. Più che a una fine sembra di assistere al Grande rinculo. C’è un sentore di vecchio in ciò che avanza. L’almanacco del Mondo Nuovo e – chissà – anche la sua agenda, hanno tutto l’aspetto di un album polveroso. E poiché la sorte è ironica, è dalla patria che ha sempre ingozzato il nostro immaginario e il nostro linguaggio a forza di “New” che soffia più forte un vento di déjà vu. Anzi di vecchio, antico, come ha sottolineato Time che, nel numero con l’effige di Trump “persona dell’anno” in copertina, non ha mancato di individuare in un suo predecessore il prologo populista al nuovo corso di The Donald. Nome e cognome: Andrew Jackson, settimo presidente degli Stati Uniti, dal 1829 al 1837. Non proprio l’altro ieri. Come non è dell’altro ieri quello che – secondo molti osservatori d’oltreoceano – è il calco ideologico che ha dato forma al tormentone “Make America great again”, slogan della campagna trumpopulista. Non è altro che che la vecchia dottrina del “Manifest destiny”, coniata originariamente dal giornalista John O’ Sullivan. Anno del Signore 1845.

Quanto è vecchia la nuova America. Vecchia nei proclami protezionisti. Drammaticamente vecchia nel riaffacciarsi prepotente e spudorato del razzismo “teorico” di Stephen Bannon, che Trump ha scelto come suo stratega numero uno. E il cui obiettivo dichiarato è la trasformazione del partito repubblicano in un partito etno-nazionalista. Ricorda qualcosa? Dal suo sito (Breibart news) Bannon spara teorie cospirative, parole d’ordine del suprematismo bianco e, en passant, definisce il movimento femminista «un cancro».

Ora Bannon vuole esportare Breibart news anche in Europa, a partire da Francia e Germania. In Gran Bretagna c’è già e sulla Brexit ha collaborato strettamente con Nigel Farage.

Già, l’Europa. Dove in fondo il Grande rinculo è iniziato prima che negli Usa, persino in alcuni pezzi di quella Scandinavia che del Nuovo è stata una sorta di madrepatria, quando si parlava di conquiste sociali e diritti civili. Passando per il centro-est Europa ex comunista, dove ombre di ancien régime si affacciano con insistenza crescente: se nella Repubblica Ceca, per dire, un disegno di legge prevede il carcere «per chiunque offenda il presidente della Repubblica anche rivolgendogli critiche eccessive», nella Polonia vigilata speciale dell’Ue per i suoi continui rinculi legislativi sui diritti, il gemello superstite Jarosław Kaczynski (padre-padrone della destra al governo), invita presidente e premier a «costruire una vera nazione patriottica e cristiana». Per non parlare dell’Ungheria di Orban.

«C’è un rifiuto manifesto della nostra epoca di generare le successive», scriveva alla fine del secolo scorso Paul Virilio. Apocalittico, forse. Ma visionario, se a quasi 20 anni di distanza le scienze sociali, gli osservatori più acuti della contemporaneità, non stilano poi diagnosi tanto diverse. Come lo storico delle idee americano Mark Lilla: «La nostalgia è molto più forte della speranza, perché non può deludere», così ha fotografato il presente in una recente intervista Lilla, che ha da poco dato alle stampe “The Shipwrecked mind”(La mente naufraga).
Naufraga come il pensiero politico che non produce più nulla di nuovo da decenni, de constata il filosofo della politica Sebastiano Maffettone: «È in completo stallo: dopo Rawls e Habermas non c’è stato più nulla. La cultura politica ancora dominante in occidente è la liberaldemocrazia. Ma quel mondo è finito. Weber poteva ancora sostenere che essere efficienti e occidentali era la stessa cosa ma non è più così da tempo: coreani, cinesi e giapponesi lo sono almeno quanto noi. Bisogna ascoltare invece di parlare. La cultura politica dell’Occidente non funziona altrove, ma non funziona più nemmeno in Occidente. Dire che il nuovo è vecchio è vero», prosegue il filosofo, «ma questo riguarda noi occidentali, non gli altri. È l’Occidente in una crisi epocale: si è persa la voglia di emancipazione e c’è un sentore di fascismo, con le sinistre progressiste in crisi ovunque».

L’altrove non occidentale di cui parla Maffettone sembrerebbe escludere, tuttavia, il mondo islamico. Perché anche in molte sue parti si assiste a un grande rinculo. Non solo in Turchia (fino all’altro ieri sull’uscio dell’Europa), dove è palese nei tentativi di Erdogan di ripristinare una legislazione che riporta indietro di decenni il Paese laicizzato e “occidentale”. Basti pensare a proposte di legge come quella (provvisoriamente bloccata) che vorrebbe depenalizzare la violenza sulle minorenni in presenza di un matrimonio riparatore. O alle parole dello stesso Sultano, quando può tranquillamente enunciare in occasioni pubbliche e ufficiali “verità” come questa: «Gli uomini e le donne non possono ricoprire le stesse posizioni. Questo è contro natura perché sono diversi per indole e costituzione fisica».

Anche prescindendo dalla barbarie dell’autoproclamato Califfato, è molto ampio il nuovo che sa di vecchio. E investe quasi tutto il mondo islamico. Perché l’accettazione delle elezioni per andare al potere da parte dei movimenti islamisti, con il “via libera” alla sovranità popolare al posto di quella divina – come osserva il sociologo e islamista Renzo Guolo – è solo una scorciatoia per tornare al vecchio: «Una volta al potere questi partiti (Akp in Turchia, Fratelli Musulmani in Egitto…), virano verso una decisa reislamizzazione dei costumi (in particolare nel campo del diritto di famiglia). Del resto più si “normalizzano” accettando di non provocare troppi problemi sul piano internazionale, più si irrigidiscono sul versante interno riproponendo antiche ricette».

Il Nuovo che guarda indietro riguarda in modo ancora più evidente i milioni di musulmani che vivono in Europa perseguendo la riscoperta di un’identità su base comunitaria confessionale, complice la cultura politica dominante nel “nostro” mondo e la crescente xenofobia.

Spetterebbe allora a quel che resta delle liberaldemocrazie provare a frenare il grande rinculo, indicando percorsi nuovi che consentano di immaginare un futuro che non sappia troppo di passato. Ma forse ha ragione Maffettone a dichiarare “finito” quel mondo. Sia nella versione moderata-conservatrice sia in quella progressista e riformatrice. Che poi sono diventate quasi la stessa cosa, mettendo in scena competizioni tra gruppi di potere e sempre meno tra modelli di sviluppo. Per poi finire a festeggiare insieme, finché è durata, al gran ballo della “Civiltà degli affari”, come l’ha definita Georges Corm, economista ed ex ministro delle finanze libanese.

Sarà per questo che il Nuovo all’italiana, per esempio (con l’unica eccezione del passo storico sulle unioni civili), sta precocemente dimostrando di avere un fiato troppo corto? Vecchio per vecchio, è meglio il più vecchio. E se si fa del nuovismo rottamatore la semplice riedizione del blairismo con 20 anni di ritardo, si rischia di essere “scoperti”. Così la pensa, tra i molti, il giurista Ugo Mattei, che nel 2013 aveva già bollato la nuova stagione riformatrice renziana con il titolo secco di un saggio: “Controriforme”.

Oggi, a distanza di tre anni, Mattei smorza la vis polemica di quello scritto, allargando lo sguardo per concludere che «è vero, non c’è nulla di nuovo nel dibattito pubblico, per il semplice motivo che le categorie politiche che usiamo sono tutte vecchie. Se per esempio, come accade, si pensa di superare la crisi del neoliberalismo con più neoliberalismo», osserva Mattei, «significa che non solo c’è una grande difficoltà a pensare il nuovo, ma persino a leggere il presente». E conclude: «Nuovo è solo il contesto tecnologico, l’individualizzazione che porta il cittadino a essere merce, ma questo è nuovo in senso inquietante».

Se volessimo considerare lo “spirito del tempo” come il corpo vivo della storia, nella sua alternanza di sonno e veglia, salute e malattia, forse dovremmo rassegnarci alla stanchezza cronica che caratterizza il nostro tempo, in attesa di un ricostituente di cui non abbiamo ancora la ricetta. «Perché il corpo sociale è come un corpo fisico», dice Giuseppe De Rita, «c’è bisogno di una ricarica di tanto in tanto. Ma quello che si vede è solo stanchezza, magari agitata, ma stanchezza». Il grande sociologo che dal 1964 tasta il polso all’Italia attraverso il Censis, non ha dubbi: «Siamo in un periodo di retroazione, di rinculo. La grande innovazione industriale e sociale in Italia si è esaurita negli anni Settanta, con propaggini negli Ottanta, se pensiamo al made in Italy. Dagli anni Novanta in poi si galleggia o si resiste. Tutto quello che sappiamo fare è consolidare il presente piuttosto che preparare il futuro. E il nuovo viene solo dalle nuove tecnologie, ma è un nuovo semantico, relazionale, non c’è profondità».

E per restare all’osservatorio-Italia sul Grande rinculo c’è chi, come lo storico Guido Crainz, retrodata ancora l’incapacità di gettare lo sguardo senza torsioni della testa all’indietro. Perché a ben vedere, sostiene, «il periodo in cui il nuovo era nuovo e faceva immaginare un futuro, si può far risalire alla fine dell’Italia rurale. Già dagli anni Ottanta e da Berlusconi in poi, col nuovo si comincia a riciclare il vecchio: si affaccia una modernità inedita, con il riemergere di modelli di passato. Lo stesso stilema berlusconiano dell’uomo che si è fatto da solo è vecchio: in “Una vita difficile” Alberto Sordi elogia l’uomo che si è fatto da solo… E il film è del 1961».

«Si cerca il nuovo, si trovano solo le novità», diceva Robert Musil. E sono parole che rappresentano bene l’ambivalenza di fronte a ciò che è nuovo e a ciò che è vecchio, secondo il sociologo Stefano Allievi. «Da un lato», osserva, «siamo obbligati a reinventare continuamente il nuovo, riducendolo a nuovismo. Nessuno del resto riuscirebbe a vendere un prodotto, una moda, un’idea o una forma di aggregazione sociale etichettandola come “vecchia”: semplicemente, non troverebbe clientela. Dall’altro spesso il cambiamento si limita alla forma, incidendo poco sul contenuto: questione di labelling e di packaging, più che di sostanza. Ma i cambiamenti ci sono, e sono soprattutto di scala», conclude Allievi, «il mutamento oggi avviene in contemporanea su troppi piani campi, e in maniera sempre più accelerata e quantitativa. È per una somma di cambiamenti quantitativi su molti piani, non per effetto di un singolo mutamento rivoluzionario in un solo campo, che lo Stato nazione, ad esempio, non esiste più o non ha più le stesse funzioni di prima, e non risponde agli stessi bisogni. Per la stessa ragione, tuttavia, tale mutamento risulta più impercepito: non salta all’occhio nella sua evidenza».

Ma all’occhio della storia sì. E allora conviene forse allontanare il punto di osservazione, osservarci da lontano, o dal profondo, come fa la psicanalisi, per provare a capire se la dialettica nuovo-vecchio non sia frutto di un disturbo prospettico.

«L’accelerare di novità tecnologiche ed economiche porta oggi all’impressione che il nuovo prevalga sempre di più sul vecchio. È diventato un luogo comune dire che le variazioni contenute in un decennio sono più numerose di quelle che un tempo avvenivano in una generazione o addirittura in un secolo», dice lo psicanalista junghiano Luigi Zoja. «Tecnologia ed economia sono però rami di attività dell’uomo: e la mente di quest’ultimo è molto meno variabile. La psicologia degli archetipi proposta da James Hillman», spiega Zoja, «ha avuto successo perché sottolinea le invarianti dei nostri comportamenti quando troppe cose cambiano: senza dichiararlo, è una terapia dell’ansia causata dalla instabilità divenuta strutturale».

In uno studio del 2011 sulla paranoia collettiva come aspetto della politica, Zoja ha sottolineato che essa è un elemento patologico delle relazioni sociali. «E tende a ripresentarsi secondo un modello fisso in circostanze storiche apparentemente molto diverse. La diffidenza verso i migranti globali e la loro espulsione aggressiva si presenta come un aspetto nuovo delle politiche nazionali nel mondo globalizzato. Tuttavia il modello inconscio che essa segue tende a riprodurre i passaggi del rito con cui, nelle epoche più remote e nei paesi più diversi, per i mali del gruppo veniva sacrificato un capro espiatorio». Come dire: non siamo vecchi. Siamo vecchissimi, irrimediabilmente ancestrali.

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