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Padova 2017. Scenari possibili per le elezioni amministrative.

Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative, il paesaggio politico appare più che mai frastagliato: ma alcune tendenze cominciano a delinearsi.

Bitonci, sconfitto da se stesso (un mix micidiale di arroganza e insipienza, egocentrismo e inadeguatezza), si ripresenterà, e se non cambia lo scenario rischia di vincere: in ogni caso, arriverà sicuramente al ballottaggio – come unico candidato credibile della destra, con la determinazione di chi vuol prendersi la rivincita della vita, con l’argomento di poter finalmente da solo governare davvero, con l’aura di vittima (certo, del tutto ingiustificata) che le modalità della sua caduta gli consegnano.

A destra e al centro, per ora, ufficialmente c’è poco altro: Sposato, che parte da solo ma, al dunque rappresentato dal ballottaggio, finirà probabilmente per sostenere il candidato vincente dello schieramento di centro-destra. E qualche altro, più o meno civico, che certamente arriverà: ma non in grado di competere con l’ex sindaco. Per cui, appunto, alla fine il candidato della destra – e di un pezzo significativo di centro che già l’ha sostenuto in passato – sarà lui: e tutti, in quell’area, sosterranno lui.

Chi sarà l’altro candidato al ballottaggio (dando per scontato che un quadro politico frastagliato non darà la vittoria al primo turno a nessuno)? Si pensa di default a un rappresentante della coalizione di centro-sinistra. Ma è meno scontato di quanto molti, nel PD e altrove, credano. Perché c’è l’incognita M5S. Privo, per ora, di un candidato all’altezza e di un minimo di radicamento. Ma che gode di un traino nazionale potentissimo. Che, come altrove, in mancanza di alternative credibili, potrebbe essere il secondo concorrente al ballottaggio. Con qualche chance di essere il vincente, a questo punto. Chi potrebbe votare un elettore di centro-sinistra: Bitonci?

Può il centro-sinistra essere l’alternativa credibile? Sì, solo se unito. Sì, solo se convinto e convincente. Al momento non è né l’una né l’altra cosa.

Il dato di fatto è evidente: la coalizione di centro-sinistra ha due anime, Coalizione Civica, e il PD con i suoi micro-alleati. Entrambe rappresentano un patrimonio di contenuti e di voti. Nessuna delle due può vincere senza l’altra, o in contrasto con l’altra. Il PD parte decisamente più ‘largo’, ha un radicamento e una tradizione di governo locale, una rete di micro-alleanze verso il centro, ma è in calo di consensi nazionale – e le tendenze nazionali non contano solo per il M5S. Coalizione Civica parte da numeri significativamente più contenuti, ma è in crescita di reputazione locale, anche se nessuno l’ha ancora veramente misurata. Di fatto, pur non essendo evidentemente di ‘peso’ uguale, sarebbe bene che cominciassero a trattarsi come soggetti alla pari, e con pari dignità.

Coalizione Civica è partita presto e bene. Si presenta come movimento dal basso, dalla base elabora il programma, non fa circolare ufficialmente nomi di candidati, adotta un metodo di trasparenza dichiarata. Questo anche se quasi la metà della sua dirigenza è composto da residui di micro partiti della sinistra che da soli conterebbero poco o nulla (e, come immagine, né nuovi né innovativi, e certo non trainanti nel senso della proposta di governo – in sostanza, al dunque delle elezioni, da soli conterebbero quel che si è detto); e per forse un terzo della sua base militante è composto da persone che tutto farebbero tranne che una coalizione con il PD. In più ha posto una condizione assurda: che i partiti non si presentino con il loro simbolo. Facile per chi non conta nulla, e ha tutto l’interesse a non contarsi; inaccettabile e indigeribile per chi rappresenta molto di più, e oltre tutto con il suo simbolo porterebbe voti che altrimenti, semplicemente, mancherebbero alla coalizione. Suicida, quindi, come logica.

Il Partito Democratico, con i suoi micro-alleati, da un lato dichiara di parlare solo di programmi e non di candidati. Dall’altro, conscio di non avere al suo interno una personalità in grado di trascinare e convogliare ‘naturalmente’ il consenso, dà l’impressione di avere già scelto i suoi nomi, in accordo con il centro e la destra non bitonciana, nella logica di cercare un candidato moderato, convinto che l’unica possibilità sia quella di vincere al centro. Con una modalità che sa molto, da un lato, di establishment e pochissimo di partecipazione, e, dall’altro, dà un’immagine di subalternità culturale sostanziale (a ‘culture’ e a poteri, peraltro, sempre più poveri di contenuto e di capacità di trascinamento). Ma non senza polemiche e disaccordi interni, sul metodo e sul merito della scelta del candidato, che potrebbero portare ad altri risultati, o a ulteriori rotture.

Come si può evitare tutto questo? In un solo modo. Con un’alleanza organica e strutturata – dichiarata e costruita come tale – tra i due soggetti: che li costringa a mettere in gioco il meglio degli apporti rispettivi. Che il PD e Coalizione Civica comincino a parlarsi apertamente e direttamente. Che le energie del PD, già attive nell’elaborazione del programma, con le competenze che sarebbe in grado di attivare nel mondo accademico e delle professioni, si incontrino fin d’ora con i gruppi che stanno lavorando al programma di Coalizione Civica. Che spariscano tutti i veti sull’esistenza e i simboli altrui: infantili e improduttivi, e di fatto impolitici. Che dichiarino fin d’ora che si presenteranno ciascuna con le proprie liste (e le liste di appoggio che arriveranno). Ma che concordino subito, fin dal primo turno, sul candidato sindaco (che può essere anche un ticket in grado di rappresentare le due anime in gioco) e su un abbozzo di squadra di governo, oltre che di programma. E che infine, su questa base, si vada a parlare direttamente all’elettorato, prima ancora che ai rappresentanti di presunti poteri detti forti, il cui peso reale nella città è oggi inversamente proporzionale alla presenza sulle pagine dei giornali locali. A quel punto anche il candidato, o il ticket, e la squadra migliore, emergerà naturalmente. Dalle proposte avanzate dalle due anime, dalle necessarie mediazioni che si attiveranno, e dalle capacità eventuali di mediare su posizioni terze.

Si chiama politica. Fatta bene, è un’avventura entusiasmante. Fatta male, porterà a ulteriori divisioni: non solo tra le due anime del centro-sinistra, ma anche all’interno di esse – tra le rispettive anime (in entrambi i gruppi) dialoganti e capaci di mettersi in gioco, e quelle identitarie, rivendicative, polemiche all’interno del proprio schieramento naturale prima ancora che all’esterno.

L’alternativa a questo percorso è arrivare divisi alle elezioni, con candidati diversi. Con un’alta probabilità di non arrivare nemmeno al ballottaggio: o di arrivarci in maniera non credibile per creare le condizioni di un’alleanza all’ultimo minuto, che non sarebbe capìta, giustamente, dall’elettorato. Sprecando le energie disponibili. Buttando via un’occasione per il rilancio di entrambe che non si ripresenterà più. E segnando la fine quindi di ogni futuro, in un tempo prevedibile, per questo tipo di coalizione democratica. Uno spreco. Un suicidio. Che non meriterebbe alcun requiem. Un film già visto, oltre tutto. Ma di cui molti non hanno ancora imparato la lezione.

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