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Richiedenti asilo: che fare? Un decalogo

I fatti di Cona ci richiamano ad alcune verità sostanziali che è necessario affrontare, e che non assolvono nessuno. Meno di tutti chi strepita più forte senza prendere alcun provvedimento.

1)   I grandi centri devono essere smantellati. Non adempiono alla funzione per cui sono istituiti, non integrano, producono situazioni incivili, e creano problemi con le popolazioni delle aree coinvolte (diverso sarebbe per i CIE, uno per regione, che dovrebbero essere quello che dice il loro nome: Centri di identificazione ed espulsione, in cui le presenze dovrebbero essere temporanee e assai brevi, prima di una redistribuzione sul territorio, incluso quello dei paesi d’origine per chi non ha titolo per rimanere).

2)   Questo processo di distribuzione sul territorio può funzionare solo se tutti gli interlocutori coinvolti si assumono le loro responsabilità: Prefetti, sindaci, e Regione, che può e deve attivare il coordinamento che finora è scandalosamente mancato, lasciando ai soli Prefetti – contro tutti – la patata bollente della gestione dell’emergenza, finendo per punire sindaci e territori che si accollano il peso che altri rifiutano per principio di portare in misura modesta. La solidarietà – anche interna alla regione – si costruisce con l’azione, non con uno scaricabarile indecoroso, che produce solo danni ulteriori.

3)   I tempi per l’esame delle pratiche dei richiedenti asilo devono essere drasticamente accelerati. Al contempo devono essere consentite procedure di regolarizzazione rapide per chi – anche non riconosciuto come profugo – già ha attivato un processo di inclusione, che si traduce in lavoro regolare, in percorsi di studio, o entrambi. E’ altrettanto assurdo lasciare persone a vegetare in una inconcludente attesa di riconoscimento, e al contempo punire chi ha attivato un percorso di integrazione riuscito, come pure oggi accade.

4)   I controlli sulle cooperative e la loro attività vanno fatti: gli organismi che gestiscono l’accoglienza non sono tutti uguali. C’è chi lavora bene o molto bene, con progetti seri, attività organizzate, percorsi di conoscenza (della lingua e non solo) e di inserimento attivati, tra l’altro creando posti di lavoro utili. E c’è chi lavora male o molto male, ma non viene trattato diversamente dagli altri. I controlli sono possibili e doverosi, e sono il solo modo per poter rovesciare l’accusa di lucrare su un business indecente: ciò che non è vero per la maggioranza ma è vero per alcuni, che vanno puniti e che non devono partecipare ad ulteriori progetti di accoglienza.

5)   Vanno fortemente incentivati, come già si è cominciato a fare, i comuni che attivano percorsi di integrazione concordati, come quelli all’interno dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), costruito insieme all’Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani).

6)   Non deve essere possibile alcuna tolleranza per comportamenti devianti, sia da parte dei richiedenti asilo che da parte di più o meno spontanei comitati di cittadini. Ogni violenza, dovunque provenga, va stigmatizzata e rifiutata.

7)   Occorre favorire una cultura dell’ascolto, della valutazione, e della collaborazione, tra istituzioni e con i cittadini. Ciò che finora non si è fatto, con diversi gradi di responsabilità in diversi ambiti.

8)   Ciò può avvenire solo attraverso la diffusione onesta di informazioni reali sulla questione migratoria, le sue implicazioni, i suoi vantaggi e i suoi problemi, sul piano economico, demografico, sociale e culturale. C’è bisogno di informazione corretta e pacata: le urla inconcludenti producono solo ulteriori conflitti e nemmeno uno straccio di soluzione.

9)   In parallelo devono essere ripensate le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina e alla tratta, e quelle sulla cooperazione internazionale (il famoso “aiutiamoli a casa loro”, tanto spesso ripetuto quanto poco praticato): le migrazioni non sono solo un problema di effetti, ma anche e soprattutto di cause, su cui bisogna lavorare, se si vuole incidere a monte su quanto accade a valle.

10)                  Occorre ripensare – a livello europeo, non solo nazionale – a problemi quali le procedure di ingresso regolare in Europa (oggi sostanzialmente impossibile), le politiche di redistribuzione, la questione dei respingimenti e dei rimpatri. Il solo modo di gestire il problema è quello di consentire ingressi regolari in misura concordata, per poter controllare meglio i flussi non concordati e irregolari. Tenendo conto che ci troviamo in un periodo storico caratterizzato da forte mobilità – in entrata e in uscita – che è diventata fisiologia, non patologia, ordinaria e non straordinaria amministrazione, che come tale va gestita. L’alternativa è lasciarla al caso, come accade ora. E non è sostenibile.

I fatti di Cona: Un decalogo e alcune verità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2017, editoriale, p.1

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