stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Sessualità, denaro, trasparenza. I nodi dello scandalo: a partire dal caso di don Contin

La vicenda amara di don Contin (cui d’ora in poi sarà bene fare riferimento senza l’appellativo usurpato di dominus) rischia di avere effetti a catena devastanti. E’ quindi opportuno trarne tutte le conseguenze, affinché la sua lezione non sia stata invano.
Che non sia solo una vicenda personale l’ha capito benissimo il vescovo Cipolla, che in una bella e toccante lettera si è assunto l’onere della responsabilità e delle scuse. La questione tocca nodi strutturali profondi, che è bene far emergere in una discussione alla luce del sole, dentro la chiesa e tra i fedeli ma anche all’esterno, per le responsabilità, innanzitutto educative (mater et magistra) che la chiesa ha nella società.
La prima e più evidente riguarda la sfera della sessualità. Certo, quella di Contin è una sessualità malata che ha radici nei meandri di una personalità disequilibrata. Ma pone dei problemi più generali che è utile affrontare: riguardo alla formazione dei preti, all’insegnamento (o all’assordante silenzio) ancora troppo presente nei seminari su questa materia, e infine alla vita stessa che i preti fanno, al modo in cui la sessualità viene negata nelle sue pulsioni, al meglio sublimata, al peggio vissuta in forme malate, ipocrite, nascoste. Non è uno specifico dei preti. Ed è presente in forme talvolta turpi anche in ambienti dove non ci sono vincoli stringenti, tra i laici. Dunque non è il solo obbligo di celibato la causa. Ma non dev’essere un caso se i preti migliori che abbiamo incontrato nella nostra vita ci hanno tutti detto che loro questa scelta l’avrebbero rifatta senza indugio: ma il fatto che sia un obbligo ha conseguenze negative – che hanno a che fare con la negazione di sé e con l’ipocrisia – sui più deboli. La questione del celibato ne implica un’altra: quella della presenza della donna nella chiesa. Dove c’è uomo e non donna non c’è pienezza e non c’è completamento. In un certo senso la chiesa è monosessuale – non: omosessuale – per struttura. Ma “maschio e femmina li creò”, e probabilmente c’è un motivo. Un certa mentalità malsana ha anche questa origine: che troppi fedeli, anche in questi giorni, interpretano come semplice tolleranza per le scappatelle del loro parroco, senza coglierne le implicazioni più profonde; e troppi non cristiani risolvono nell’ironia greve e nello sfottò generalizzato e ingiusto.
Una seconda questione riguarda il rapporto con il denaro. Le spese facili e incontrollate di Contin fanno emergere un problema strutturale: la non sufficiente abitudine – che è una forma di igiene mentale, non solo di chiarezza di bilancio – nel separare la contabilità personale e quella parrocchiale. Questo avviene regolarmente anche nel fare il bene, e non viene percepito come un problema organizzativo e di principio: per responsabilità anche dei laici, che dovrebbero occuparsene loro, e invece fa comodo non farlo, e lasciar fare al parroco. Salari molto bassi, e un’abitudine che ha radici nella storia, fanno sì che ci si mostri indulgenti e autoindulgenti nei confronti di questa commistione. Ma, da sola, produce effetti distorsivi cui solo di recente i consigli economici parrocchiali hanno cercato di ovviare, ma senza incidere davvero nella prassi e nella mentalità di molti. Tanto più perché l’abitudine a non dover lottare per la propria sopravvivenza economica (per quanto povero, il prete è un garantito, quanto e più di un impiegato statale, anche se inetto e inefficiente) e il non avere una famiglia da mantenere, gli danno un’idea del reale, sul piano economico, spesso distorta.
Infine, c’è un problema di trasparenza. Dispiace, ma il fatto che la Curia avesse ricevuto una circostanziata denuncia sei mesi prima dei carabinieri, e tuttavia il prete fosse ancora al suo posto, mostra una sottovalutazione, e un’abitudine a lavare i panni sporchi in famiglia, che mal si concilia con il ruolo pubblico della chiesa, e anche con il bisogno di rapidità nelle decisioni in situazioni delicate.
La chiesa patavina rappresenta una profonda tradizione di volontariato e disponibilità nei confronti del prossimo, una ricchezza sociale e civile, oltre che spirituale, che è di tutta la città, e al suo servizio. La figura di Sant’Antonio ne è il simbolo più forte, ma si è rinnovata fino ad oggi in molte forme, ecclesiali e laicali. Lo scandalo non intaccherà le sue solide radici. Ma se verrà usato come stimolo per cambiare e rinnovarsi nel profondo, come ci sta insegnando in questi anni la chiesa di Francesco, potrà diventare non solo un fatto di cui chiedere scusa, ma un’occasione – kairòs, in senso forte – per rendere la sua ricchezza più pura e il suo ruolo più autorevole.

Preti, i nodi dello scandalo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 gennaio 2017, editoriale, p.1

Leave a Comment