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Aborto e obiezione di coscienza. Oltre l’ideologia.

Il concorso per l’assunzione di due medici non obiettori all’ospedale San Camillo di Roma (e, in Veneto, quelli per l’assunzione di biologi non obiettori) ha riaperto la discussione sull’obiezione di coscienza e l’applicazione della legge 194. Ed è un bene.

L’aborto non è in sé un diritto: è una scelta dolorosa e sofferta (per i e le più). Spesso è una extrema ratio. Non di rado un dramma consapevole, di cui si paga il prezzo, di cui ci si può pentire. Talvolta, anche una scelta affrontata con avventata leggerezza. Ma è un fatto. Che la legge 194 – come quelle di altri paesi, spesso molto più ‘larghe’ nelle loro intenzioni e nella loro applicazione – cerca di affrontare.

Sfatiamo una interpretazione scorretta e deformante, anzi due. La prima: chi vorrebbe vedere applicata la legge 194, non è a favore dell’aborto. Semplicemente considera che una legge dello stato (nata, lo ricordiamo, dalla volontà di far scomparire la piaga dell’aborto clandestino, e confermata in un referendum del 1981 da una schiacciante volontà popolare: il 68% contro il 32%) debba essere applicata. Promuovendo la “procreazione cosciente e responsabile”, tutelando “la vita umana dal suo inizio”, ma consentendo anche l’interruzione volontaria della gravidanza, a determinate condizioni e in precisi limiti temporali, pur statuendo che essa non costituisce un “mezzo per il controllo delle nascite” – e infatti non lo è o non dovrebbe esserlo.

La seconda: il diritto all’obiezione di coscienza è garantito, ma non tutte le obiezioni sono di coscienza. Alcune sono anche di carriera (di primari non obiettori non ce ne sono quasi), di comodo, di gratificazione. Perché dichiararsi obiettore (di solito, dopo l’assunzione: come se la coscienza avesse bisogno di essere prima opportunamente garantita), consente di non occuparsi della parte spiacevole del lavoro. Che così diventa la principale o l’unica occupazione dei pochi non obiettori. Comodo per alcuni: scomodissimo per chi paga pegno per tutti. E profondamente ingiusto. Il Veneto ha il 76,6% di ginecologi obiettori; l’Alto Adige addirittura il 92,9%; il Friuli Venezia-Giulia il 58,4%. Ma ci sono regioni, province e Asl dove di ginecologo non obiettore ce n’è uno solo o pochissimi, e ospedali dove non ce n’è nessuno. E ci sono molte donne costrette ad andare altrove rispetto al proprio luogo di residenza per abortire.

Sono un antico obiettore di coscienza (seppure al servizio militare, ai tempi in cui era obbligatorio) e sono quindi ben consapevole delle implicazioni etiche e giuridiche dell’obiezione – anche se, va pur detto, all’epoca gli obiettori al servizio militare erano una piccola minoranza, obbligata a motivare le proprie posizione (ricordo che spedii al Ministero della difesa una lettera di diciotto pagine di motivazioni, che giuste o sbagliate che fossero presumevano una riflessione), non implicavano la mancata erogazione di un servizio, e in una prima fase, prima che diventasse una scelta più diffusa e anche di comodo, era punita con un periodo più lungo di ferma obbligatoria.

Vedo pertanto tre possibilità per risolvere il problema. La prima implica che chi si sente in coscienza obiettore (dato che si sa che lo stato ha approvato la legge 194), accetti di indirizzarsi solo al settore privato. La seconda, meno draconiana, è precisamente quella decisa dall’ospedale San Camillo di Roma: che, pur garantendo il diritto all’obiezione di coscienza, vi siano specifici concorsi per soli non obiettori, in modo da consentire l’applicazione della legge. La terza – che proponiamo per pura provocazione intellettuale – è che chi accetta anche di praticare aborti, poiché svolge un lavoro in più, che i colleghi non fanno, sia anche pagato di più (con il rischio morale, ne siamo consapevoli, che si dia un incentivo economico all’aborto in sé). Ci pare che la soluzione proposta dal San Camillo sia quella di maggiore buon senso. Dopodiché, cogliamo l’occasione per potenziare la prevenzione e le politiche per la famiglia, e forse avremo fatto qualcosa di utile per evitare qualche aborto.

I medici e l’aborto. Obiezioni (anche) di comodo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 febbraio 2017, editoriale, p.1

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