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Europa e migranti: la mobilità come fattore di trasformazione

La storia è storia di migrazioni. E comincia da lontano: nella preistoria. Quando in seguito a profonde mutazioni climatiche e ambientali, che causarono la scomparsa di specie vegetali e lo spostamento di alcune specie animali, nel Pleistocene, iniziarono i primi significativi movimenti migratori dei nostri antenati. Un processo che, da allora, non si è più interrotto. Ha cambiato spesso caratteristiche, dimensioni, entità, scopo, ma, come fenomeno, ha accompagnato la storia e l’evoluzione dell’umanità: l’uomo è un essere che cammina – homo viator, in molti sensi (se facciamo pari a 24 ore la storia dell’uomo sulla terra, ha vissuto qualcosa come 23 ore e 55 minuti come nomade, in tribù cacciatrici e raccoglitrici, e solo 5 minuti da sedentarizzato). Oggi viviamo una fase di aumentata mobilità (di merci, denaro, informazioni, ma anche persone), al punto essa è diventata un valore, anche monetizzabile: non a caso è caratteristica più delle élite che dei ceti popolari (i più ricchi del mondo si muovono assai più dei più poveri), ed è divenuta fattore vincente sul mercato del lavoro (nel mondo ricco prima ancora che altrove), e persino invidiato status symbol.

Ma quelli che ci colpiscono di più sono gli ovviamente gli spostamenti di manodopera. Antichi, certo. Solo che prima andavano dall’Europa ad altri luoghi di dinamismo che avevano bisogno di manodopera: non solo sviluppati, ma da sviluppare. Oggi vengono verso l’Europa: ma vanno anche un po’ in tutte le direzioni, in maniera segmentata. Entrano alcuni tipi di persone e categorie di lavoratori, e ne escono altre. Secondo lo sviluppo di nuove domande e di nuovi bisogni. Creando nuovi problemi. E, in prospettiva, nuove soluzioni ai medesimi. Che in parte dobbiamo ancora, faticosamente, trovare. E non sarà facile.

Perché l’immigrazione non è solo un fatto quantitativo. Anzi, è soprattutto e in primo luogo un fatto qualitativo. E’ per questo che è così controverso, che suscita reazioni così viscerali, istintive. Tocca interessi e problemi economici. Ma soprattutto implica trasformazioni sociali e culturali rilevanti, che nella letteratura specializzata hanno molti nomi e svariate sfumature: socializzazione, integrazione, assorbimento, assimilazione, inclusione, co-inclusione – e d’altro canto rifiuto, intolleranza, rigetto. Non tocca solo il mondo del lavoro, da non intendersi solo nell’accezione ristretta di “mercato” del lavoro, ma include il mondo della cultura, delle relazioni, delle emozioni. Come notava Max Frisch a proposito degli italiani in Svizzera: “aspettavamo braccia, sono venuti uomini” – le persone a cui la mano d’opera è dopo tutto attaccata. E con essa il suo modo di vivere, di pensare, di mangiare, di pregare. E, con gli uomini (spesso, ma non sempre, dopo gli uomini), anche le donne, le famiglie, i figli, nuove culture che incontrano, si scontrano, si mischiano, si trasformano. Creando una situazione inedita: per molti versi ancora tutta da analizzare, nei suoi costi e nei suoi benefici.

Europa e migranti: L’ultima frontiera. Le nuove famiglie che cambiano il mercato del lavoro, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 12 febbraio 2017, “Cultura & Spettacoli”, p. 21  (sintesi di presentazione del mio saggio Immigrazione, pluralismo, islam: le vere poste in gioco di un dibattito male impostato, in U. Curi, “Vergogna ed esclusione”, Castelvecchi, 2017)

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