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Il partigiano e la figlia del podestà: riconciliazione e giustizia

La storia dell’incontro tra Valentino Bortoloso e Anna Vescovi, pubblicata nei giorni scorsi su questo giornale, merita di prenderci più di qualche minuto di distratta lettura, per aprirci a una riflessione più profonda.

Lui, il partigiano Teppa, 94 anni, nel luglio del ’45 fu tra gli autori di un eccidio a Schio in cui morirono 54 persone, tra cui il podestà fascista Giulio Vescovi. Lei, Anna, figlia di Giulio, all’epoca aveva solo due anni, e incolpevole si è vista portare via il padre per sempre.  Settantadue anni dopo, per iniziativa di lei, hanno firmato, insieme, un atto di riconciliazione che rimarrà ora negli archivi della curia di Vicenza.

Non è solo una toccante storia personale, che ci mette a contatto con le traiettorie del dolore, ma anche con il desiderio di riappacificazione che spesso le accompagna, e che può tramutarsi in qualcosa di diverso dal rancore e dal desiderio di vendetta. E non è nemmeno solo un episodio che può farci utilmente riflettere sul bisogno che oggi tutti abbiamo di superare una memoria divisa, quella del Fascismo e della Resistenza, che per la generazione di chi l’ha vissuta è stata spesso una frattura indelebile, come lo sono tutte le guerre, e le guerre civili ancora di più. C’è molto da imparare sul piano umano e sul piano storico, da questa storia. Ma c’è da imparare qualcosa anche sul piano dell’amministrazione della giustizia e del bisogno di riparazione: pilastri fondamentali della convivenza umana.

La complessa impalcatura della giustizia, come man mano si è costruita in occidente, prevede che di fronte a un atto di violenza, volontario ma anche accidentale, come un omicidio stradale, intervenga un atto di giustizia formale e astratta: per opera di un ente terzo, lo stato, che attraverso una forma particolare di mediazione (non formalmente richiesta dalle parti), sancisca la colpevolezza di una persona e ne determini la pena. Il tutto, senza il coinvolgimento dei familiari della vittima – in automatico, per così dire. Questo meccanismo risponde al bisogno di ribadire la norma sociale, al di là della volontà delle parti, ripristinandola con la punizione del deviante; e, anche, impedire che si inneschi una spirale di vendetta tra le parti coinvolte, avocando in esclusiva allo stato la potestà di somministrare la giustizia. Ma ha il difetto di non tenere in nessun conto la dimensione emotiva profonda, che con il sentimento di giustizia (che, appunto, è un sentimento) ha moltissimo a che fare. Ci priviamo, in sostanza, della possibilità di fare pace con noi stessi e con gli altri, spesso rimanendo prigionieri di pulsioni irrisolte, di rancori, di vendette, che hanno anch’esse un costo individuale e sociale (abbiamo citato apposta l’esempio dell’omicidio stradale, riferendoci anche al drammatico recente caso dell’omicidio di Vasto).

In molti casi, invece, un qualche contatto personale, e una qualche forma – diversa dalle attuali – di giustizia riparativa, gioverebbe (cosa che il nostro ordinamento separa invece in partenza, prevedendo due percorsi diversi per la giustizia penale e per quella civile). Tanto più nei casi di guerre e rivoluzioni: in cui il mettere in contatto vittime e colpevoli può giovare molto più di condanne a morte eseguite sulla pubblica piazza, come vorrebbe quella che alcuni chiamano giustizia popolare, e che assomiglia più propriamente alla vendetta e al linciaggio – come ha mostrato la Commissione per la riconciliazione, in Sudafrica, dopo la caduta del regime di apartheid. Qualcosa di simile, ma staccato dai normali meccanismi della giustizia, si è sperimentato anche in Italia dopo le violenze degli anni di piombo, tra familiari delle vittime e brigatisti.

Alcuni paesi (scandinavi e anglosassoni più di altri) stanno cominciando a sperimentare forme, naturalmente volontarie, di coinvolgimento delle parti, facendole incontrare e parlare – ciò che non sostituisce, ovviamente, il bisogno di giustizia in senso proprio, ma lo integra; come lo integra, anche nel nostro ordinamento, un risarcimento – che tuttavia ha un significato diverso se deciso dal giudice o stabilito tra le parti, seppure all’interno di meccanismi che tutelano quella più debole. Si tratta insomma di introdurre meccanismi di umanizzazione della giustizia, che la renderebbero oltre tutto più efficace. Valentino e Anna, con la loro storia, hanno il merito di farci riflettere anche su questo.

Schio, la giustizia “umana”, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 febbraio 2016, editoriale, p. 1

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