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Il segretario rampante, la scissione inesistente, il partito dimezzato

Il quadro interpretativo offerto dalle vicende del Partito Democratico, a livello nazionale, potrebbe essere uscito da un esperimento di scrittura automatica o da un film surrealista, in cui si susseguono azioni e immagini in sé magari anche interessanti, ma senza che si riesca veramente a capirne il filo logico e individuare una trama coerente e comprensibile.

Parafrasando la trilogia di Italo Calvino – quella del barone rampante, del cavaliere inesistente e del visconte dimezzato, essa stessa genialmente surreale – potremmo parlare di un segretario rampante, una scissione inesistente e un partito dimezzato. Abbiamo un segretario che ha incarnato il più grande sogno riformista della recente storia italiana (l’ultimo, prima di lui, era stato quello berlusconiano), è stato premier con il consenso maggioritario del paese per i primi mesi, e poi, senza essere riuscito a trasformare il sogno in realtà, per errori propri e ostacoli altrui, dopo una serie di generosi tentativi (leggi innovative approvate), di sconfitte di governo (riforme contestate o non riuscite) ed elettorali (ultima, la batosta del referendum), si è dimesso da premier, ha finto di dimettersi da segretario, e ora si ricandida a riconquistare il partito, con scarsa opposizione interna ma anche un sostegno meno convinto che in passato: il segretario rampante, appunto. Poi abbiamo la scissione più annunciata della storia, preceduta da una estenuante stagione di polemiche, contrasti e voti contrari, che alla prova dei fatti si è ridotta a poco più di una diaspora irrilevante, senza alcun pathos emotivo, da una parte e dall’altra: la scissione inesistente. In tutto questo, un partito sempre più debole e con sempre meno sostegno (una tendenza lunga, iniziata ben prima di Renzi, anzi prodotta innanzi tutto da chi oggi va via, che aveva tolto spazio ed entusiasmo ai nativi democratici), che pallidamente inscena una commedia – seguitissima dai media, crediamo assai meno dall’elettorato – in cui tra grandi parole d’ordine e dissapori personali ci si lascia e ci si accusa praticamente sul nulla, ottenendo come risultato di vedere ridursi, più che il proprio peso, la propria credibilità: il partito dimezzato (e ancor più dimezzato risulterà chi ne è uscito).

In Veneto si riverberano le stesse vicende, ma in forma più pallida, meno coinvolgente: segno di un evidente distacco dalle vicende reali del territorio, e di una irrilevanza drammatica – qualunque cosa accada, in un certo senso, cambia poco. Più che di segretario rampante, dobbiamo parlare in questo caso di segretario (e più in generale di dirigenza: vale anche per il gruppo consiliare, che ha visto avvicendarsi la sua leadership) mancante: il segretario è dimissionario da tempo, è stato nominato un commissario che non si è mai visto, e oggi si vive uno stanco dibattito per decidere il nuovo segretario. La scissione è ancora più inesistente che a livello nazionale: poche personalità alla fine del loro percorso di carriera, e ancora meno passione, persino l’assenza di rancori reciproci, che è il segno più forte dell’irrilevanza sostanziale. E il partito dimezzato anche in alcune vicende locali, in cui riesce a perdere consensi persino interni in una gestione poco avveduta delle candidature e dei processi di costruzione del consenso.

Tutto questo non costituisce una buona notizia. Non per il PD, se vuole candidarsi ad alternativa reale, di contenuto e di sostanza, anziché mantenere la vocazione minoritaria e di fondo subordinata che in Veneto ha sempre avuto. Ma nemmeno per il sistema democratico regionale: in un panorama che vede un solo partito veramente organizzato, la Lega, che si spinge verso derive lepeniste sempre più discutibili (o che almeno meriterebbero di essere discusse); l’inesistenza assoluta (con vicende interne ancora meno edificanti e contrasti molto più marcati, per non parlare degli scandali) degli altri partiti (questi sì davvero del tutto inesistenti, M5S incluso), e la solitaria leadership doroteo-autonomista di Zaia, a rappresentare una regione che fa la voce grossa all’interno, ma all’esterno fatica a trovare eco e a mostrare una qualche reale identità.

Dall’Italia al Veneto. Partiti e scissioni inesistenti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 febbraio 2017, editoriale, p.1

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