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Imparare a lavorare, lavorare a imparare

Il dibattito sull’alternanza tra scuola e lavoro, se si limita a una discussione sui modi in cui viene proposta, rischia di perdere di vista l’essenziale. E l’essenziale dovrebbe essere una rivoluzione nel modo di concepire la scuola, non una polemica su elementi marginali.

Il problema è che l’intera impalcatura su cui si regge la nostra idea del rapporto tra scuola e società non ha più senso: immaginare che ci debba essere un periodo di formazione (in cui si impara), poi un periodo di lavoro (in cui si fa), e infine un periodo di giustificato riposo (la pensione), è semplicemente diventato senza senso. Perché il periodo di formazione iniziale si è dilatato a dismisura (da pochi anni di istruzione primaria, incentrati sui fondamentali – leggere, scrivere e far di conto – a un periodo di scolarizzazione di 13-18 anni, a seconda se si limiti alle superiori o includa l’università, e anche più, con i master e i dottorati). Perché il periodo di lavoro non si può più accontentare delle conoscenze acquisite prima, ma ha bisogno di formazione continua, permanente, indotta dalla rapidità dell’innovazione tecnologica ma anche di quella del mutamento sociale e delle dinamiche relazionali, che anch’esse hanno bisogno di essere continuamente re-imparate. E perché, infine, il periodo detto del riposo, a seguito dell’allungarsi della durata media della vita, non è più concepibile come un momento passivo, ma sempre più si riempie di attività, di lavori, di relazioni professionali, di formazione (in fondo, abbiamo bisogno di imparare anche a invecchiare e a morire).

La scuola ha una storia: breve, tutto sommato. Nasce in un specifico periodo storico, con specifiche esigenze: non ci sarebbe nulla di male a scoprire che non debba più servire, per come è concepita, in un altro – a meno che non sia concepita diversamente, appunto. Uno dei punti in questione è quella che viene chiamata alternanza scuola-lavoro, e che più profondamente dovrebbe essere intesa come la necessità, l’indispensabilità, di mischiare formazione e lavoro, esperienza e relazioni, perché si rafforzano le une con le altre, mentre artificiosamente separate diventato asfittiche – tutte. Per fare questo, bisogna dare centralità a questo intreccio virtuoso, non relegarlo ai margini, come una irrilevante sperimentazione. Consentendo modalità e percorsi alternativi: che includano la sovrapposizione, più che l’alternanza, di studio e lavoro; la possibilità (e in un certo senso la normalità) di percorsi non lineari (in cui si interrompa la formazione anche per anni e poi la si riprenda in altro modo); lo stesso riconoscimento di alternative radicali (come quella raccontata da André Stern nel suo Non sono mai andato a scuola: una lettura intrigante anche e soprattutto per chi insegna).

Viviamo in un’epoca di moltiplicazione degli stimoli e delle opportunità, di pluralizzazione dei percorsi possibili, e di potenziale liberazione della creatività, che rende possibile un’elasticità dei percorsi e una soggettivizzazione e personalizzazione del rapporto con l’imparare e con il fare, che non può essere soddisfatta dalla rigida impostazione della scuola di massa. E’ impossibile non vedere che i ragazzi a scuola si annoiano e sono insoddisfatti: e il motivo fondamentale è che la scuola, invece di unire, separa – mondi, esperienze, sentimenti. Così come è impossibile non accorgersi che il lavoro si impara spesso guardando chi lo fa e imitandolo (come facciamo nei processi di socializzazione, da bambini: quando giochiamo a “facciamo che io ero… e che tu facevi…”). Così come non si può non capire che non hai finito di imparare quando cominci a lavorare, ed è più bello così (e in ogni caso non c’è alternativa). E che mettendo insieme chi impara e chi fa, impostazioni e generazioni diverse, si migliora l’ambiente di lavoro e la potenzialità di innovazione. Un ragazzo ha bisogno di vedere che sa fare, un adulto che sa ancora imparare – l’autostima di entrambi ne guadagna insieme alle capacità.

Il problema non è tornare indietro, dunque, ma andare ancora più avanti. Imparando a usare le mani insieme alla testa, sapendo che si impara lavorando e non solo studiando, e che si feconda il lavoro studiando cose nuove e sperimentandole.

Studiare e lavorare, una mescolanza indispensabile. Dobbiamo mettere insieme chi impara e chi fa, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 13 febbraio 2017, “Parole del Nordest”, p. 17

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