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“Prima i Veneti” negli asili: una legge stupida e controproducente, non solo discriminatoria

Chiediamocelo ad alta voce: la norma che dà la precedenza ai residenti in Veneto da almeno quindici anni per l’ingresso negli asili pubblici, di chi parla esattamente? Di stranieri, o dei veneti di oggi e di domani? Bisogna essere onesti, su questo: perché se si vuole vivere in splendido isolamento, lo si dichiari e si sia conseguenti. E si dica: tutto ciò che è pubblico deve andare in priorità ai veneti. Oggi gli asili. Domani le case popolari, il sovrapprezzo sul ticket sanitario per i foresti, le tasse universitarie differenziate, l’ingresso ai musei scontato per gli indigeni, l’esclusiva sui posti nel pubblico impiego, e naturalmente per quelli di consigliere regionale che vota le leggi contro i foresti medesimi, così il cerchio si chiude. Perché “prima i Veneti”. Perché il Veneto si basta, ed è felice di praticare in varie forme la sua idea di onanismo identitario. E’ quello che si voleva far passare con la norma sulla lingua veneta obbligatoria, nel suo progetto originario (che prevedeva il requisito della conoscenza del veneto anche per le assunzioni nella pubblica amministrazione). Oggi si fa un passo ulteriore.

Sappiamo che è impopolare dirlo. Perché i più, di fronte a questa norma, hanno in mente il richiedente asilo mediorientale che succhierebbe il welfare del nostro paese (in realtà pochissimi, in cifra assoluta, nei serenissimi asili), o lo spacciatore nigeriano in stazione, che in più è negro. Peccato però che essa includa anche l’operaio marocchino, il venditore bengalese di radicchio e asparagi nelle bancarelle delle piazze, il negoziante cinese, il ristoratore egiziano, la badante ucraina, il domestico filippino, l’infermiere pakistano, l’impiegato di Udine, il medico di Trento o di Birmingham, il ricercatore di Brescia o di Saragozza, l’operaio specializzato di Ferrara, l’insegnante di Cremona… Tutta gente che produce reddito qui, in Veneto, e a cui sono affidati compiti delicati per la nostra vita: dalla nostra nutrizione, alla cura dei nostri anziani e malati, fino alla salute, alla formazione culturale e scientifica, e più in generale la produzione di ricchezza. Tutta gente che, se fa figli qui, è perché li vuol far crescere qui: se saranno accettati, se non si sentiranno respinti. E senza i quali peraltro il Veneto sarà sempre più vecchio (i veneti, di figli ne fanno pochissimi), sempre più vuoto, sempre più chiuso nella contemplazione della propria unicità, sempre più solo. E’ una scelta: si abbia il coraggio di dichiararla e praticarla sul serio. Poi vedremo non tanto chi vincerà le elezioni, ma con quanti voti: perché sempre più gente, sempre più giovani, anche nati qui, se ne andranno altrove, come già stanno facendo. Per andare in posti dove non solo si trova lavoro più facilmente e si premia la meritocrazia (che neanche l’identitarismo territorialista aiuta a far crescere: all’opposto, essendo corporativo in essenza…); ma dove si viene bene accolti, perché si vive in ambienti culturalmente aperti, dove si respira libertà e accettazione reciproca, non dove si mandano messaggi di chiusura e di rifiuto, e si puniscono gli altri per il solo fatto di esserlo – il massimo del primitivismo.

E poi, siamo onesti (e questa legge non lo è): il problema sono gli stranieri che ci passano davanti nelle graduatorie? O non piuttosto il fatto che sia Emilia Romagna che Lombardia (due regioni governate da maggioranze di segno opposto) di posti negli asili pubblici ne hanno molti più del doppio del Veneto? Ma ne offrono di più anche Lazio, Piemonte, Toscana… E nella percentuale di presa in carico dal servizio pubblico (dati Istat) siamo in coda alla classifica e sotto la media nazionale, dietro anche a regioni molto più piccole e più povere. Non è che il malgoverno e l’ingiustizia sta qui, nel numero di posti pubblici negli asili, e non nel numero di non veneti presenti in essi? Magari ci si occupasse di finanziare e costruire qualche asilo pubblico in più, invece di togliere il diritto di frequentarlo a chi lavora e produce reddito in questa regione.

La bellezza del modello Veneto sta nella sua reputazione e nelle sue pratiche sociali, anche pubbliche: non nei sogni (che per altri, pur venetissimi, sono incubi) di un identitarismo idillico, assai più supposto che praticato. E occorre stare attenti: oltre alla recessione economica, c’è anche una recessione della cultura e una secessione dell’intelligenza – e vanno di pari passo. Forse sarebbe utile capire dove sta, in questo caso, la mancanza di visione. Lo chiediamo, in primis, alla classe dirigente non politica (quella politica ha già fatto le sue scelte) di questa regione: siete d’accordo su questa deriva? Davvero volete andare in questa direzione? Proprio niente da dire?

La legge sugli asili. Il Veneto che non è primo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 febbraio 2016, editoriale, p.1

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