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Un patto per (e con) l’islam italiano

Dire islam in Italia, oggi, significa parlare di una comunità di circa un milione e seicentomila persone. Una parte significativa sono immigrati di prima generazione: arrivati in Italia, alcuni negli ultimi tempi, ma in gran parte anche da venti o trent’anni. Molti, sempre di più, sono nati in Italia o arrivati molto piccoli, e scolarizzati interamente nel nostro paese insieme ai nostri figli: e in gran parte sono già o diventeranno cittadini italiani. Infine, c’è un gruppo significativo di persone che erano italiani prima ancora di diventare musulmani: i convertiti.

Una realtà di questo genere è complessa: va compresa, e governata. Perché, come ovvio, si intreccia con molti problemi e molti fantasmi che attraversano il mondo occidentale. Da un lato il terrorismo, in particolare quello dello Stato Islamico, con la sua scia sanguinosa di attentati perpetrati anche in occidente, e di vittime innocenti: e un grande problema da risolvere, quello della radicalizzazione di alcune fasce della popolazione islamica, il cui esempio più estremo sono gli attentatori fai-da-te in Europa e i foreign fighters che dall’Europa vanno a combattere sotto le bandiere dell’Isis. Dall’altro i fantasmi dell’odio anti-islamico, che hanno portato anche in tempi recenti ad attentati contro moschee e rappresentanti musulmani: ultimo caso quello di Quebec City, ma ci sono precedenti anche sul suolo europeo.

L’unico modo per riuscire a convivere nel modo migliore è quello di lavorare in due direzioni, opposte e complementari, che si supportano l’una con l’altra, e solo insieme sono davvero efficaci, perché si legittimano reciprocamente. Da un lato l’integrazione e la cittadinizzazione di chi è qui per lavorare e con-vivere. Dall’altro la prevenzione e la repressione: che funzionano meglio se anche l’integrazione funziona, perché anche i diretti interessati ne diventano protagonisti.

Ecco perché oggi il ministro dell’Interno Minniti (che guida un ministero che si occupa della sicurezza dei cittadini, ma anche degli affari dei culti e della libertà religiosa) incontra i rappresentanti dell’islam italiano, per firmare con loro un “patto nazionale” che serva da base per costruire solide relazioni tra le comunità musulmane e lo stato. Perché chi vive in Italia e ne rispetta le leggi, al pari di altre minoranze religiose, deve poter vivere la propria religione alla luce del sole, in luoghi di culto dignitosi e riconosciuti, e non essere discriminato per la sua appartenenza religiosa (cosa, peraltro, vietata dalla nostra stessa Costituzione). In prospettiva, questo significa una qualche forma di riconoscimento per gli imam e, a tempo debito, un’Intesa che ne riconosca anche simbolicamente l’esistenza. D’altro canto, occorre che questo islam si italianizzi compiutamente, il che significa favorire una adeguata formazione degli imam, anche con il contributo delle università statali, l’uso dell’italiano nei sermoni, le occasioni di incontro con le comunità territoriali, le istituzioni e le altre religioni rappresentate laddove i musulmani vivono. Come ovvio corollario, nessuna ambiguità rispetto all’eversione, leale collaborazione per denunciare le frange radicali al proprio interno, anche con l’intelligence e le forze di polizia, e costruzione comune di forme di civile collaborazione.

Molte delle cose che il “patto nazionale per un islam italiano” prevede, le comunità islamiche le fanno già. Garantirle solennemente è un passo in più nella direzione del reciproco riconoscimento. E significa garantirle dai due lati: i musulmani allo stato, e lo stato ai musulmani. Senza incomprensibili (e discriminatorie) differenze di trattamento – ad esempio sul diritto al luogo di culto – a seconda se i musulmani vivono in Veneto o in Lombardia, regioni che hanno legiferato sul tema, o altrove. Per il bene di tutti. Della sicurezza degli italiani, come dell’integrazione dei musulmani (e il riconoscimento di chi è l’una e l’altra cosa insieme).

Un patto per l’islam italiano, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 febbraio 2017, editoriale, p.1

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