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Città aperte, quartieri chiusi: muri, confini, attraversamenti, incroci

Un confine ha una doppia funzione: separa, ma al contempo unisce. Un’ambiguità che sta nella sua stessa etimologia: cum-finis, la fine che abbiamo in comune con gli altri, l’ostacolo che è necessario per poter essere superato. Non a caso le zone di confine sono anche zone di attraversamenti, di identità linguistiche e culturali comuni, di complicità e di contrabbando.

Ma una barriera di tre metri intorno a un quartiere (come quella costruita a Treviso) non è un confine: è solo un muro. Che non unisce, ma separa solamente. Che non aggiunge, ma toglie: la vista, persino, da ambo i lati. Che chiude: e non solo chiude fuori – il diverso, l’inaspettato, l’imprevisto (che sono contrattempi, ma anche il sale della vita); ma chiude anche dentro – la nostra casa, le nostre abitudini, le nostre convinzioni. Simbolicamente, inoltre, un luogo chiuso da un muro è un luogo dove c’è meno ricambio, dove l’aria è più viziata, alla lunga irrespirabile.

Solo che, a furia di viverci dentro, ci si abitua che sia normale. Con lo stesso spirito con cui viviamo chiusi e separati nei villaggi turistici di paesi che sarebbero poveri, ma preferiamo non saperlo. E quindi ci chiudiamo dentro: a goderci il mare, ma non un entroterra guardato a vista. Dentro, lo spreco e l’opulenza dei buffet; fuori, la miseria e la fame. Normale che qualcuno, tornato a casa, voglia riprodurre l’esperienza di quello che considera il suo momento migliore. Anche se questa idea di quartiere è contraddittoria con l’idea stessa di città: della quale abbiamo imparato a dire già nel Medioevo che “l’aria della città rende liberi” (non a caso è impensabile immaginare una metropoli europea, di quelle che amiamo andare a visitare e in cui spesso vorremmo vivere, come una somma di quartieri chiusi da un muro). L’aria del quartiere chiuso scambia la libertà con la sicurezza. Salvo scoprire che se non noi, i nostri figli, la libertà se l’andranno a cercare precisamente nelle città, e più sono grandi e aperte meglio è: in vacanza all’inizio, come meta definitiva poi.

Non stupisce che per certi amministratori la comunità chiusa sia considerata un vantaggio: costa meno che garantire la sicurezza, che per un comune dovrebbe essere un dovere istituzionale; accolla la sua spesa sui privati; e in più ti ringraziano e ti rivotano – triplo guadagno. Ma è sbagliato il mezzo perché è sbagliata la gerarchia dei valori, la scala delle priorità. Non solo perché privatizza un territorio in origine comune, e persino la sua vista. Ma perché abdica alla funzione principale della città: che è precisamente favorire l’incontro, il rimescolamento (a cominciare dalle idee) – che è la sua forza e la sua ricchezza. Il rischio è una società di progressive separazioni: residenziale per classe di reddito, ma anche la cittadella dei giovani, quella dei vecchi, del divertimento, dello sport… E’ anche il modello del centro commerciale: controllato, e in cui so con esattezza cosa trovo – solo, insopportabile, se pensato come un destino. La banalizzazione del ghetto, e la sua perversione in chiusura volontaria: che risponde tuttavia a certe forme di neo-tribalizzazione e di insularizzazione – più diffuse di quel che crediamo (i ricchi con i ricchi, i gay con i gay, le comunità religiose separate tra loro…). D’altro canto la sicurezza percepita dai rinchiusi di qualunque tipo è un’arma a doppio taglio: funziona quando sei dentro, ma raddoppia la paura quando sei fuori, in un mondo che non percepisci più tuo se ti abitui a pensare che il mondo è fatto di eguali a te – un paradosso, oltre tutto, in un’epoca di diversità accresciute.

Tuttavia la questione va vista pragmaticamente. C’è una domanda di mercato: che non può essere del tutto elusa, ma può essere guidata. I comuni possono fare almeno tre cose: a) favorire i percorsi di socializzazione e attraversamento, educare alla bellezza degli incroci, rendere piacevole la vita della città (e quindi non desiderabili questi quartieri); b) individuare linee guida di indirizzo, e far rispettare comunque regolamenti comunali cogenti (in cui, ad esempio, le recinzioni non possano superare una determinata altezza, e non essere del tutto occlusive); c) disincentivare questi modelli costruttivi, anche attraverso una fiscalità differenziata e penalizzante. Poi, se c’è chi preferisce chiudersi – nel quartiere, in casa, nella vita – non glielo si potrà impedire. Contiamo che gli altri continuino ad essere molti di più.

Quartiere fortino, tre strade per la politica (Dopo il caso Treviso), in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 marzo 2017, p.1

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