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L’inutile – e controproducente – guerra contro le moschee

Il presidente Zaia, in un’intervista a questo giornale, afferma che, grazie alla legge anti-moschee della regione Veneto, che ha appena superato il vaglio della Consulta, “chi vuole la moschea deve trovare un luogo che abbia il beneplacito del Comune”. Quello che non dice, è che così facendo, un diritto fondamentale – la libertà di culto – viene messo in mano alla discrezionalità di sindaci che non l’hanno particolarmente a cuore. La seconda cosa che non dice è che il suo partito, inclusi molti primi cittadini, sta conducendo una campagna di lungo periodo contro le moschee: primo episodio, a Lodi, nel 2000 – prima ancora dell’attentato alle torri gemelle…

Sgombriamo subito il campo da alcuni aspetti. I problemi urbanistici e di convivenza ci sono davvero, in alcuni casi. Con tutti i luoghi che prevedono afflussi significativi di persone in alcuni momenti, e problemi di parcheggio (moschee, ma anche altri luoghi di culto, centri sportivi o di aggregazione sociale). Con responsabilità anche degli organizzatori, che pur sapendolo non ne tengono conto. Ma vanno risolti a questo livello. Il terrorismo invece non c’entra nulla: dalla giovane foreign fighter Meriem, agli ultimi aspiranti terroristi di Rialto, la maggior parte delle persone si sono radicalizzate via internet. Ma una legge regionale contro internet non si può fare, e le moschee diventano il bersaglio facile. Del resto, chiudere le moschee perché esistono dei musulmani terroristi (ed esistono, sono pericolosi, e vanno contrastati), avrebbe lo stesso senso che chiudere – negli anni ’80 – le sedi del PCI e della CGIL (o quelle del MSI) perché c’erano le Brigate Rosse (o Ordine Nuovo). Si è fatto l’opposto, facendo in modo che fossero i comunisti (o i missini) a schierarsi in prima fila contro gli estremisti assassini della loro parte, e si è fatto bene. E’ quello che bisognerebbe fare anche adesso, non il contrario. Creando ponti, non muri.

Per fugare ogni dubbio, l’assessore all’urbanistica di Palazzo Balbi annuncia una circolare interpretativa rivolta ai comuni, che prevede pure la retroattività della legge. Aggiungiamoci il parere del costituzionalista di fiducia della regione, secondo il quale “è ammissibile una ragionevole discriminazione” tra le religioni: che non viene quindi solo praticata, ma anche rivendicata come tale. E l’islam è sistemato.

E’ chiarissimo quale sarà l’effetto di questa legge. Anche i sindaci (inclusi molti della Lega) che con buonsenso hanno da tempo trovato un accomodamento con le locali sale di preghiera, e non avrebbero alcuna voglia di aprire nuovi inutili conflitti (alcuni anche perché ci hanno provato a chiudere le moschee, ma sono stati sconfitti dai TAR), rischiano di ritrovarsi scavalcati dai più radicali del loro stesso schieramento: che, sfruttando la facile visibilità che si ottiene maneggiando questi argomenti, potranno imporre la loro agenda (basta una manciata di esagitati, che pretende di parlare a nome del popolo, e uno striscione, per trovare ampi spazi sui giornali locali e un quarto d’ora di celebrità in tv). Lo scopo infatti non è risolvere dei problemi di convivenza (che ci sono, ma abbisognerebbero di altri interventi), ma crearne. E il prezzo lo pagheremo tutti, perché i conflitti non sono interesse della società, sono costosi, e per giunta hanno l’effetto opposto a quello che sarebbe auspicabile: invece di favorire i processi di integrazione, li rendono più difficili. Per giunta, rendendo noi colpevoli di violare un nostro principio ispiratore fondamentale: l’universalità della legge.

Se si fosse voluto risolvere il problema, si sarebbe fatto l’opposto. Prima si sarebbe imposto ai comuni di creare delle aree adibibili al culto, e poi si sarebbe chiesto ai musulmani di adeguarsi. Così facendo, si chiudono le moschee ora, senza sapere se e dove si apriranno domani. Ottenendo un solo risultato: aumentare il senso di estraneità dei musulmani che vogliono integrarsi. Ma, certo, gli immigrati non votano. E questo spiega molte cose.

Moschee, l’errore di chiuderle, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 11 aprile 2017, editoriale, p.1

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