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“Prima i veneti”: le derive di un approccio sbagliato

Il Veneto (inteso come governo regionale), invece di occuparsi di rendere migliore la qualità della vita, del lavoro e delle istituzioni per chi ci vive, insiste in una campagna simbolica che ha il vantaggio di orientare l’attenzione dell’elettorato altrove, in una classica logica di capro espiatorio, riducendo al contempo i costi, senza migliorare di un pollice i servizi. Il tutto, grazie alla instancabile attività di un manipolo di consiglieri regionali di maggioranza, purtroppo supportati con condiscendenza dalla giunta regionale.

Dopo la legge “prima i veneti” per quel che riguarda gli asili nido (peraltro appena impugnata dal governo), che ha prodotto come primo effetto la protesta degli agenti di polizia italiani che lavorano nella nostra terra per garantire la nostra sicurezza, ma che non avendo avuto il casuale privilegio di nascerci, si vedono penalizzati nell’iscrizione dei loro figli, adesso arriva la proposta di applicare la stessa norma più o meno a tutto.

Sappiamo benissimo che, a molti, tali norme sembrano intuitivamente corrette. E’ precisamente il motivo per cui chi le promuove – che non vogliono nominare – insiste: per garantirsi una facile popolarità a poco prezzo (e lasciamo perdere l’onestà intellettuale e la moralità, che nella politica così intesa hanno poco commercio).

Per questo, per capire gli effetti di quello che viene chiamato “principio di residenzialità”, tanto per dargli una patina di burocratica ufficialità (ma che potremmo ugualmente chiamare “principio di selezione per corporativismo localistico”, che è l’opposto sia della giustizia che della meritocrazia), proponiamo l’esercizio di estenderne le conseguenze.

Premettendo che il fatto di nascere da una parte o dall’altra non è questione di merito personale, ma semplicemente effetto del caso, e già questo dovrebbe dirci qualcosa, se è vero a livello regionale, è vero anche a livello provinciale e comunale, fino al quartiere, alla via e al condominio. Applicato a un luogo così ristretto, ci rendiamo conto dell’assurdità di un tale proposito: come se dicessimo che il diritto ad utilizzare l’ascensore si applica solo a chi vive da almeno dieci anni in un edificio.

Ma proviamo ad applicarla a livello cittadino: faccio l’esempio della città in cui vivo, Padova, per comodità. Vorrebbe dire che chi viene a viverci per insegnare all’università, lavorare in ospedale, fare il giudice, garantire la sicurezza, fare impresa, fornire servizi, prestare la propria forza lavoro in qualunque attività, e quindi produrre reddito, se non vive da almeno un tot di anni in città si trova automaticamente in fondo alle classifiche per iscrivere i figli all’asilo, ottenere i bonus famiglia, l’assistenza per la cura degli anziani o il loro inserimento in una struttura di ricovero, ricevere aiuti per la disabilità del proprio figlio (in un’escalation odiosa) e domani chissà cos’altro. Perché mai, da Selvazzano o da Cadoneghe (che con Padova confinano), ma anche da Vicenza o da Belluno, dovremmo voler andare a vivere e a produrre reddito in una città che ci tratta così male e non perde occasione per farci sentire cittadini di serie B?

Ecco, su scala più grande, quella regionale, queste proposte di legge (a cui si aggiungono i tentativi di rendere il dialetto discriminante e altri esempi di differenziazione delle popolazioni sulla base del luogo di nascita) hanno esattamente il medesimo effetto: perché mai un poliziotto di Avetrano, un panificatore di Ferrara, un insegnante di Genova, un infermiere di Cuneo, un imprenditore di Bergamo, un architetto di Milano, un ricercatore oncologico di Birmingham, un edile di Bucarest, un commerciante di Peshawar che vende frutta nelle piazze, un pizzaiolo di Marrakesh, un ristoratore di Nanchino, dovrebbero venire a lavorare qui?

Meglio senza, dite? Così ci liberiamo di un po’ di foresti, magari dalla pelle scura e dalla religione aliena? Benissimo: sapendo che in base allo stesso principio, e in controtendenza rispetto a una società sempre più mobile e internazionalizzata, escludiamo tutti, non solo qualcuno.

Proviamo a rovesciare il discorso, così si capisce anche meglio. Cosa ne penseremmo se lo stesso criterio fosse adottato, nei confronti dei veneti e degli altri (o magari, in base al principio di reciprocità tanto invocato a sproposito dagli stessi che propongono queste leggi, solo dei veneti), da regioni come la Lombardia o paesi come la Gran Bretagna? E per fortuna che altrove non può succedere, per ora, perché ci protegge l’Europa…

La società mobile discriminata, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 aprile 2017, editoriale, p.1

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