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Tra precarietà e flessibilità: i voucher come metafora

Precario significa temporaneo, incerto, provvisorio, come sa bene chi nella precarietà come condizione di vita ci si trova. Ma l’etimologia è ancora più interessante, perché la parola deriva da prece, cioè preghiera: come dire che una condizione precaria è per così dire nelle mani del buon Dio, senza garanzie terrene.

Flessibile invece deriva dal verbo flettere, cioè piegare, curvare: ed è tipico di qualcosa che si adatta alle circostanze, come un filo d’erba piegato dal vento, che al vento sopravvive, e quando il vento finisce si erge forte quanto e più di prima. Significa anche cedevole, arrendevole, ma non nel senso di pavido o vigliacco: semplicemente qualcosa che si piega per non spezzarsi, che reagisce positivamente alle circostanze – quello che in altri contesti chiamiamo resilienza. Senza contare che la flessibilità, intesa come il non avere vincoli troppo cogenti, la possibilità di scegliere e di cambiare, può essere e spesso è vissuta come un’opportunità, e in ogni caso è già stata digerita come naturale orizzonte della propria vita dalle nuove generazioni, mentre i loro padri hanno vissuto nella stagione del posto fisso e del lavoro sempre uguale a se stesso.

Dove sta il confine tra la flessibilità e la precarietà? La prima implica necessariamente la seconda? Poiché la risposta è no – la flessibilità è una qualità, la precarietà un limite – la domanda giusta a cui rispondere è: quando, come e perché la prima finisce per trasformarsi nella seconda? Il caso dei voucher ci fornisce un’istruttiva risposta.

Nati per rispondere a domande specifiche del mercato del lavoro, utili a connettere intermittenza del rapporto di lavoro e tutela giuridica e previdenziale del medesimo, si sono trasformati in una macchina micidiale per evadere le normative sul lavoro e produrre forme assai atipiche di contratto, quando non ulteriore lavoro nero.

Colpisce che a utilizzarne più di tutti in proporzione alla popolazione sia proprio una regione che ha creato un suo specifico modello industriale, spesso vantato: il Veneto. E che li abbia utilizzati – questi strumenti straordinari nati per settori atipici e marginali del mercato del lavoro, o per esigenze temporali definite, legate alla stagionalità – come meccanismi ordinari, e per giunta nel settore che avrebbe dovuto essere più innovativo, quello dell’industria. Tale parabola mette purtroppo in luce le debolezze di un modello – quello del mitico Nordest – che ha aspetti luminosi ma anche versanti oscuri: perché nato, sì, in molti casi, grazie al dinamismo imprenditoriale e all’innovazione di prodotto o di processo, ma in una sua parte più parassitaria si è potuto produrre grazie solo al risparmio sui costi, e in particolare sul costo del lavoro (attraverso le delocalizzazioni, o l’utilizzo di manodopera a basso costo e/o in nero, e quindi all’evasione contributiva e fiscale).

E’ un peccato che uno strumento che poteva garantire alcune coperture utili, visto il mal uso che ne è stato fatto, sia stato semplicemente abolito, anziché riformato, per evitare un referendum tutto ideologico (peraltro proposto da una organizzazione, la Cgil, che l’aveva ampiamente utilizzato): mettendo in difficoltà settori e persino istituzioni, come i comuni, a cui poteva essere utile, tanto quanto al beneficiario finale. In questo caso, per impedire gli effetti precarizzanti, se ne sono gettate via le opportunità di flessibilizzazione non al ribasso, ma verso il basso, dando opportunità di maggiore integrazione alle fasce più deboli del mercato del lavoro. Oggi, nella fase di interregno in cui ci troviamo, in attesa che nuovi strumenti vengano predisposti dal governo, possiamo solo augurarci che, fuori da ogni ideologia, si impari a distinguere tra ciò che produce buona flessibilità (che, anche quando è buona, ha degli inconvenienti) e ciò che produce cattiva precarietà. Senza dimenticare che, quest’ultima, non smette di esistere solo perché non disponiamo di strumenti per affrontarla. Mentre l’una e l’altra avrebbero bisogno di essere sostenute da una visione strutturale (che implica sguardo sul futuro, investimenti mirati, formazione adeguata) che le inglobi.

La precarietà, piegarsi per non spezzarsi. Ora distinguere fra incertezza e buona flessibilità, in “Corriere Imprese Nordest”, 10 aprile 2017, rubrica “Le parole del Nordest”

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