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Votare in carcere. Per capire il senso della democrazia

Tra breve si vota. No, non alle amministrative, per le quali ci vuole ancora qualche settimana. E nemmeno per il referendum sull’autonomia, per il quale attenderemo l’autunno. C’è però chi andrà alle urne prima, a fine aprile: sono i detenuti del carcere Due Palazzi, che eleggeranno i loro rappresentanti (è il secondo caso in Italia, dopo Bollate, e il primo in Veneto).

La notizia è minore, certo. Ma, primo: ci consente di parlare di carcere, cosa che si fa troppo poco. Anche come opera di misericordia, quella di visitare i carcerati è la meno praticata delle sette canoniche: assai meno di quelle già non proprio frequentatissime che ci invitano a dar da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, vestire gli ignudi, curare gli infermi, alloggiare i pellegrini e seppellire i defunti. Secondo: ci offre un utile spunto di riflessione sul senso stesso delle elezioni, della democrazia rappresentativa, della democrazia tout court – anche per ragionare su altre campagne elettorali in corso.

Cosa accadrà al Due Palazzi? E’ abbastanza semplice. Si voteranno i rappresentanti dei detenuti delegati a trattare (parola forte, trattandosi di soggetti deboli: diciamo a confrontarsi) con l’amministrazione penitenziaria. Lo scopo? Creare un canale comunicativo tra l’amministrazione e gli amministrati, nei due sensi: eleggendo le persone migliori e più disponibili, che possano fare il meglio nelle condizioni date. In teoria è quello che dovrebbe accadere in tutte le elezioni, amministrative e politiche. E’ quello che accade? Temiamo di no.

Se osserviamo il dibattito politico, nazionale come locale, e ancor più quello che viene selezionato dai media (e, peggio, dai social network), quello che troviamo è soprattutto altro. Pochissimo tempo e attenzione sono dedicati al creare canali di comunicazione, in un senso come nell’altro: non c’è alcuna voglia, in realtà, di comunicare contenuti concreti. Ancora meno si presta attenzione alla selezione dei migliori: semmai, di chi parla più forte, di chi buca meglio lo schermo, di chi interrompe più frequentemente l’avversario per non lasciarlo parlare, di chi monologa da solo contro gli altri e mai dialoga costruttivamente con gli altri. E quasi per nulla ci si cimenta nell’ottenere il meglio nelle condizioni date: che non sono mai, ovviamente, quelle che si vorrebbero – e bisognerebbe rifletterci prima di lanciarsi in non mantenibili promesse. Aggiungiamoci che, in più, la politica dovrebbe teoricamente offrire quel tanto di sogno, di visione di una società migliore, che dovrebbe aiutarci a proiettarci oltre il nostro immediato presente, per pensare al mondo, al di là di dove arriva il nostro sguardo, e alle generazioni che ci seguono, e possiamo precipitare nel più cupo sconforto. Tutto questo si vede poco o niente.

Cosa vediamo, invece? Un dibattito fatto di frasi a effetto (ma senza effetto: mediocri, per lo più), di accuse e insulti personali, di voglia di demonizzare l’avversario a prescindere, di polemiche del giorno, di scandali presunti agitati come reali contro ogni evidenza. La degenerazione del dibattito politico, insomma: che tuttavia ci siamo abituati a prendere per la sua essenza, a giudicare da quello che ci propinano i talk show, i social network, i giornali, e i politici quando prendono in proprio l’iniziativa, con le loro dichiarazioni stampa e i loro twitter, per poter finire nei talk show, nei social network, sui giornali…

Certo, c’è ancora, sia a livello nazionale che locale, chi fa politica per altre ragioni, in altro modo, con altri contenuti e stile. Ma il loro messaggio non passa, o passa a fatica, sommerso da tonnellate d’altro. Ecco quindi che anche le elezioni al Due Palazzi possono essere una preziosa occasione per riflettere: su a cosa servono davvero le elezioni. E la politica.

La lezione del voto (in carcere), in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 aprile 2017, editoriale, p. 1

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