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Con gli altri, non contro: cosa vuol dire veramente competere

Competere è parola declinabile in diversi modi. Il verbo fa riferimento, in primo luogo, al gareggiare, allo sfidarsi, al misurarsi con qualcuno o qualcosa, nello sport come in economia, in guerra come in amore. Ma ha anche un altro significato, diverso, seppure riconducibile al precedente: la competenza è ciò che ci appartiene di diritto, ciò che ci siamo conquistati legittimamente (gareggiando, sfidando, misurandoci, appunto), ciò che ci spetta – non a caso la si chiamava anche la spettanza, in passato, ed era un equivalente di compenso, di retribuzione. C’è poi un terzo significato importante, e ugualmente collegato ai precedenti: ha competenza chi conosce, chi sa, chi ha esperienza, cultura o altre qualità che rendono una persona, appunto, competente in un determinato ambito. Da questo significato ne deriva infine un altro, che ha a che fare con l’esercizio del potere: non a caso, nel linguaggio politico, militare, giuridico, si fa riferimento alla sfera di competenza all’interno della quale un funzionario, un ufficiale, o un magistrato esercita legittimamente il proprio ruolo.

Come e perché questi diversi significati si avvicinano? E’ intuibile. Sfidandoci, gareggiando (e, sottinteso, vincendo), otteniamo ciò che ci spetta di diritto, il nostro giusto guadagno, ci viene riconosciuta la nostra capacità, ed esercitiamo così il nostro potere.

Quanto questi significati c’entrano con la competitività come viene declinata normalmente nel linguaggio economico? Molto, evidentemente. E’ l’idea di competitività come concorrenza, tutti contro tutti, una specie di gara di sopravvivenza darwiniana, in cui vince il migliore e gli altri soccombono, sconfitti: chi vince domina il mercato, in maniera visibile, riconoscibile e riconosciuta. In questa logica è competitivo chi vince gli altri, contro gli altri. E infatti una competizione è precisamente questo, una gara: ma è davvero e sempre così? E, soprattutto, dovrebbe esserlo? E dovremmo davvero educarci a questo?

Forse no. Forse lo si è fatto già troppo a lungo: sbagliando. Anche se questa logica è pervasiva, diremmo animalmente efficace. In un senso diverso, tuttavia, da ciò che intendeva John Maynard Keynes quando aveva coniato il termine animal spirits (riferendosi, lui, alle ragioni non economiche e non razionali che spingono l’imprenditore ad agire: che non equivalgono a una sorta di duello mortale che dura indefinitamente). Certo, i vincenti piacciono, e li portiamo ad esempio. Certo, fa piacere pensare (anche se non è sempre vero, a essere onesti) che chi vince se lo meriti (anche se la meritocrazia è cosa diversa, che non presuppone necessariamente questa idea di competizione). Ma dovremmo ricordarci che il significato etimologico della parola è cum petere, dove il verbo significa cercare, dirigersi verso, e la preposizione significa ovviamente con, insieme: cercare insieme il modo per dirigersi verso qualcosa, per cercare la soluzione a un problema, per trovare la direzione giusta. Il contrario della concorrenza darwiniana, del mors tua vita mea, e anche del venetissimo faso tuto mi. Più vicina semmai alla parola col-laborare, presa seriamente nel suo significato di lavorare con, lavorare insieme: non solo all’interno di un’azienda, ma anche, ciò che spesso alla mentalità veneta appare meno facile, tra aziende, e tra aziende e istituzioni del territorio.

In passato, forse si poteva pensare che la competenza fosse legata al saper fare del lavoro artigiano, manuale: le nozioni da conoscere erano poche, facilmente controllabili da un singolo, direttamente dipendenti dalle sue qualità individuali. Con la complessificazione dei contenuti del lavoro indotti dalla tecnologia e dall’innovazione accelerata, da un lato, e con l’allargamento dei mercati e la globalizzazione della concorrenza, dall’altro, tutto questo non è più possibile. Occorre circondarsi di competenze altrui, farle lavorare in sinergia per uno scopo comune. E anche con-dividere di più sia il lavoro sia (cosa che si fa ancora pochissimo) i suoi risultati, i suoi concretissimi dividendi. Su questo c’è ancora moltissimo da lavorare: in termini di mentalità, e di modelli educativi, prima ancora che di modelli organizzativi. Già essere costretti a capire che per fare un competence center occorre collaborazione tra soggetti diversi, condivisione di strategie e valori, è un passo avanti. Ma ci vuole molto di più.

Competere è gareggiare, ma anche condividere strategie e valori. Per vincere la sfida del mercato, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 8 maggio 2017, p. 5, rubrica “Le parole del Nordest”

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