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Il burkini come metafora – recensione

In anteprima sull’uscita in libreria, che avverrà il 18 maggio, la prima recensione…

corriere del veneto, 12 maggio 2017

IL SAGGIO

Il burkini come metafora dell’Islam
Allievi e le vie della convivenza

Il sociologo padovano mette a confronto voci e diverse su un tema-simbolo del dibattito sull’integrazione

Sul burkini si è mobilitata tutta l’Europa. Giusto. Sbagliato. Infinite le sfaccettature del dibattito. Una polemica che ha innescato prese di posizioni ad ogni livello. Perché il burkini ci interessa tanto? Lo spiega il sociologo padovano Stefano Allievi, editorialista del Corriere del Veneto, nel suo ultimo saggio Burkini come metafora (Castelvecchi editore, 96 pagine, 12.50 euro), che sabato sarà presentato in anteprima al Festival Vicino/Lontano di Udine (ore 11 libreria Friuli), in un dialogo di Allievi con Marta Serafini.

Può sembrare un tema marginale quello del burkini, evidenzia Allievi nel libro, ma in realtà ci appassiona perché è la metafora dell’Islam. Professore di sociologia all’Università di Padova, a capo di un master sull’Islam in Europa, Stefano Allievi è uno dei più conosciuti esperti europei sulla presenza islamica e le sue implicazioni (fa parte anche della Commissione nazionale sullo jihadismo e la prevenzione della radicalizzazione).

In questo saggio ha voluto sviscerare il tema burkini, partendo dal confronto tra le argomentazioni di tutti: laici, politici, femministe, islamici. Non una banale polemica estiva (quando esplose nell’agosto 2016, vide intervenire pure il premier di allora Valls), ma un tema che contiene in sè molti elementi, dai rapporti di genere, alla politica, la religione e il conflitto comunicativo. Cos’è innanzi tutto il burkini? Un costume da bagno: pantaloni, casacca e copricapo in materiale leggero, adatto a nuotate o a stare al sole. L’ha inventato e brevettato una stilista australiano-libanese di religione musulmana, Aheda Zanetti, che aveva iniziato a produrlo per sè, chiarisce Allievi. Aheda amava nuotare, era musulmana praticante, perciò voleva qualcosa di meno ingombrante dei soliti camicioni.

Appena messo sul mercato, il burkini è stato subito un successo commerciale: 700mila capi venduti nel negozio di Sidney in cui il costume islamico ha fatto capolino per la prima volta. Ma parlare di burkini, evidenzia Allievi, significa anche trattare un macrotema che contiene altre suggestioni: i rapporti di genere, il tema del corpo delle donne e della sessualità (delitti d’onore, mutilazioni genitali femminili, velo), i rapporti tra religione e politica (dai foreign fighters, alla radicalizzazione, alle moschee) e il tema della presenza dell’Islam e la sua visibilità nello spazio pubblico europeo (velo, crocifissi nelle scuole, minareti e moschee). Per questo il burkini diventa la metafora del nostro rapporto con l’Islam. Allievi analizza tutti i vari argomenti pro o contro: le motivazioni femministe, quelle secolariste, quelle islamiche e islamofobiche. Senza tralasciare la posizione delle altre religioni. Le conclusioni portano qualche considerazione personale.

Partendo dal corpo. «La differenza tra noi, non la fa il vestito, ma quello che c’è sotto, dentro, oltre – scrive tra l’altro – . E’ quella la parte più Costume Il costume da bagno islamico inventato da Aheda Zanetti importante e anche quella più interessante… Se è paura, la nostra nei confronti del burkini, vuol dire che il problema è nostro, non altrui: di cosa, esattamente, abbiamo timore? Se è insicurezza, ancora di più: vuol dire che non siamo poi così sicuri della bontà necessaria e inevitabile delle nostre scelte, e forse anche del fatto che siano davvero e sempre delle scelte… Se è soltanto presunzione, non di rado arroganza, il problema è ancora più grande: sarebbe la dimostrazione plateale della nostra chiusura, non dell’apertura che invece rivendichiamo come nostra». E Allievi sottolinea: «Mi piacerebbe prendessimo atto delle differenze accettabili, delle somiglianze tra mondi, delle contraddizioni interne a ciascuno di essi. Mi pare avremmo tutti da guadagnare nel contemplarle, nel rifletterci sopra, nel ruminarle silenziosamente e infine, nell’accettarle deglutendo con serenità». Venerdì sera alle 21.30, sempre nell’ambito del Festival Vicino/ Lontano di Udine, Stefano Allievi sarà all’ex chiesa di San Francesco per un confronto con Alessandro Orsini e Marta Serafini sul tema «Il Califfato, tra utopia e apocalisse»

12 maggio 2017© RIPRODUZIONE RISERVATA
Francesca Visentin

Una risposta a Il burkini come metafora – recensione

  • martina scrive:

    la ringrazio per la presentazione del libro @Vicino/Lontano – sono a metà e mi da strumenti per il dibattito su burkini e velo (hijab) sui quali condivido il fatto che una legge di stato non può nè deve vietare. Volevo lascarle questa riflessione che è uscita durante la presentazione riguardo al viso come necessario per l’identità (non solo per la riconoscibilità di “sicurezza”, elemento debole nella discussione). in un mio viaggio in Etiopia ho visitato la regione dell’Omo. Qui le donne da adolescenti in su si “adornano” con un piattello che viene (dolorosamente) inserito sul labbro inferiore tramite incisione e poi allargato a mano a mano che la donna diventa adulta. Ho avuto occasione di osservarle da vicino, queste donne. C’era qualcosa che non mi tornava in questi visi bellissimi. In pratica questo piattello blocca l’espressività di tutta la parte inferiore del viso, lasciando solo gli occhi ad esprimere e comunicare sdegno rabbia o felicità. le pieghe della bocca per non parlare di una risata aperta sono impossibilitate. Un niqab di altro materiale ma stesso obbiettivo??

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