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Elezioni a Padova. Verso il ballottaggio: con quali premesse?

A Padova con il primo turno delle elezioni amministrative, e comunque vada il ballottaggio, è finito un ciclo politico. Per il crollo dei votanti, innanzitutto: passati dal 70 e rotti per cento del 2014 al 61 e rotti di oggi (e se si calcola che nel 2014, tra il primo e il secondo turno, il calo fu di dieci punti percentuali, si rischia di arrivare, al ballottaggio, a poco più della maggioranza assoluta dei votanti). E per il crollo dei partiti: quelli di destra fanno in tutto il 12 e qualcosa per cento; meno del Partito Democratico da solo, che firma tuttavia la sua Caporetto, con una percentuale poco sopra le metà rispetto al 2014. Anche il Movimento 5 Stelle perde oltre un terzo dei suoi già pochi voti (il traino del marchio, da solo, non basta – serve anche il prodotto, che a Padova, con tutta evidenza, non c’era). In totale, insomma, i partiti presenti in parlamento totalizzano meno di un terzo dei consensi: e ne rappresentano ancora meno, a giudicare dai candidati – che, salvo Bitonci (e Borile), non hanno alcun ruolo partitico.

Si apre un nuovo ciclo, dunque. Che, anche a Padova, è a carattere civico, come altrove. Ma che a Padova più che altrove ha avuto alcuni aspetti innovativi. A destra come a sinistra. A destra, pur nel crollo dei votanti, la lista del sindaco uscente Bitonci aumenta i suoi voti: segno che la narrazione per cui ha governato male, e questo è il motivo della sua caduta, nel suo elettorato non è passata. Tanto che mentre nel 2014 al primo turno era arrivato secondo, oggi è saldamente primo con quasi il 10 per cento in più rispetto allo scorso ballottaggio, e a oltre dieci punti percentuali da Giordani.

Nel centro-sinistra, anche Giordani vince civicamente: le liste in suo appoggio pesano più del PD, anche se quelle provenienti da centro-destra (i delusi di Bitonci) si portano dietro molti meno voti di quelli presi nel 2014: a testimonianza che i voti di destra, a destra restano, di solito. Ma, in questo schieramento, il risultato più significativo sta nel voto a Lorenzoni, il vero vincitore morale di queste elezioni, che porta a casa con le sue liste il 22 per cento dei voti, con Coalizione Civica diventata il terzo partito in città (e il secondo ‘vero’, dopo il PD, dato che la lista Bitonci è solo un aggregato elettorale: il terzo è la Lega). Il che significa che, se Giordani vuole vincere, dovrà fare – come era nelle cose fin dall’inizio – una larga apertura di credito a Lorenzoni e ai suoi, riequilibrando contestualmente il peso del PD e soprattutto quello dei suoi alleati centristi, che alla prova del voto non hanno portato un grande risultato. Con queste elezioni gli equilibri, nel centro-sinistra, cambiano radicalmente, come già intuibile nella campagna elettorale, con la presenza, l’attivismo e la maggiore motivazione di Coalizione Civica rispetto allo stesso PD, che ha subìto pure un’emorragia di elettorato, ma anche di eletti e di convinzione, in direzione del gruppo di Lorenzoni: a favore del quale ha pagato il progressivo radicamento e la capacità di mobilitazione nella città. Lo dimostra, simbolicamente, il fatto che il segretario cittadino del PD abbia preso meno preferenze del coordinatore di Coalizione Civica.

La sfida del ballottaggio è dunque apertissima. A Bitonci basta riportare i suoi al voto per ipotecare seriamente il risultato: ma corre anche un rischio Le Pen – più di tanto il suo consenso non si può allargare, quelli che stanno con lui sono quelli che si sono espressi al primo turno. A Giordani occorrerà dimostrare la capacità di sparigliare le carte, di mostrarsi convincente tanto nell’aprire a Lorenzoni e ai suoi, quanto nel mantenere il più possibile l’elettorato centrista che l’ha sostenuto (che sarà il più difficile da convincere a non andare al mare). Soprattutto, giocherà un ruolo l’elettorato che ha sostenuto chi, sconfitto, non parteciperà al ballottaggio: la vera incognita è lì – e sono voti che, chi li ha presi, controlla in maniera modesta. Cosa faranno gli elettori del M5S e dei candidati minori? L’elettorato, l’abbiamo visto, è più mobile che mai: sensibile e interessato a proposte nuove, che lo sappiano coinvolgere oltre che convincere. Ma anche sempre più tentato dall’astensione.

Perché finisce un ciclo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 giugno 2017, p.1

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