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Gloria e Marco: quando il silenzio sarebbe più opportuno della retorica

In molti – credo tutti quelli che non hanno un cuore di pietra – abbiamo pianto di fronte alla vicenda di Gloria Trevisan e Marco Gottardi, morti nel rogo della Grenfell Tower a Londra. Non c’era bisogno di conoscerli personalmente per commuoversi, di fronte a questa bella coppia di giovani fidanzati, pieni di speranze e di futuro, che hanno visto spezzati in maniera così repentina e terribile i sogni che stavano inseguendo. Non ci riesce difficile – anche se è impossibile farlo davvero – identificarci nello strazio dei genitori e dei familiari: commuoversi vuol dire appunto questo – muoversi insieme, con-dividere, com-piangere, almeno, se altro non è possibile fare. Soprattutto se siamo genitori, ancora di più se abbiamo anche noi un figlio o una figlia a Londra o altrove: e ci siamo detti che, sì, non sarebbe dovuto succedere, ma sarebbe potuto capitare a chiunque. E’ una vicenda dolorosa, vera, unica, profonda come solo il dolore può esserlo. E che, come tale, merita rispetto. Siamo con i genitori, con i parenti, con gli amici, per quel poco che possiamo, per quel che vorremmo essere a loro vicini.

Proprio per questo, tuttavia, riesce difficile da digerire la speculazione senza dolore vero, l’indignazione senza sofferenza, fredda, astratta, dei tanti (commentatori da giornale, da social network o da bar) che hanno approfittato della vicenda per farne delle sparate ideologiche, o delle risibili critiche politiche, o semplicemente una generica, populistica lamentazione a prescindere. Quella che fa dire che è colpa della politica, che costringe i giovani ad andare via. Che il governo, o un qualche ministro, o i politici tutti, dovrebbero scusarsi personalmente, di fronte alla famiglia e al tribunale della pubblica opinione, fare ammenda come se fosse colpa loro, in un crescendo di retorica senza partecipazione vera. Che questo faccia parte dello sfogo di un padre, lo capiamo, lo comprendiamo, lo accettiamo: lui il dolore l’ha vissuto, che cerchi di dargli un volto e un responsabile è umano e comprensibile. Ma non che diventi il solito pretesto inconcludente di chi non li conosceva ma vuole solo sfogare una generica, inutile e pretestuosa rabbia, all’occasione (come quasi sempre) antipolitica, antipartitica, antiistituzionale, in definitiva antitutto.

Gloria e Marco stavano cogliendo l’occasione della loro vita. Come molti altri, sono partiti, e hanno fatto bene: per un giovane architetto il futuro non sarebbe stato comunque a Camposampiero o a San Stino di Livenza. La natura del loro stesso lavoro, quello che hanno scelto per passione e convinzione, li avrebbe portati altrove. E il mondo è cambiato, il mercato del lavoro si è allargato. Erano, rappresentavano, la meglio gioventù che cerca di conquistare non il mondo, ma il proprio posto all’interno di esso. La morte avrebbe potuto coglierli, allo stesso modo, o investiti da un’auto, o per qualche altro imperscrutabile motivo, anche sotto casa, o in viaggio per turismo. Il dolore sarebbe stato lo stesso. L’ingiustizia di veder loro tolta la vita, pure. Non c’è bisogno di aggiungerci anche un’inutile retorica.

Se la loro morte ha una causa (semmai la morte ha davvero una causa) questa sta nel modo in cui è stata costruita la casa che abitavano, nei permessi concessi senza controlli, nelle misure antincendio inesistenti o non rispettate, nell’avidità di qualcuno, eventualmente. Non nella speranza che ha accompagnato il loro viaggio, nell’occasione che hanno creato e colto: loro, come tanti altri giovani del mondo. Anche di paesi che stanno meglio di noi, quanto a occupazione giovanile, ma che hanno capito che il mondo è più mobile di prima, che lo spazio si è fatto piccolo, e che niente sarà mai più come prima. Il resto si chiama fato, e gli antichi sapevano rispettarlo, nel silenzio, o con parole di condivisione, di vicinanza, di preghiera. Le altre sono inutili.

Gloria, Marco e l’antipolitica. Le parole sbagliate su Londra, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 giugno 2017

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