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L’etica condivisa e la “bruttificazione” del territorio. Il Veneto distrutto e quello da ri-costruire

Costruire significa fabbricare, mettere insieme delle parti per ottenere un tutto, ordinandole secondo una logica conosciuta. La parola deriva dal latino con-struere: dove l’elemento significativo, poiché struere significa edificare, sta nel prefisso con, che indica che è qualcosa che va fatto insieme ad altri, come progetto comune. Non si costruisce da soli: o, per lo meno, è difficile farlo. Funziona meglio se si tratta di un progetto condiviso.

Il Veneto, come noto, ha costruito molto, troppo, e quel che è peggio, male, senza alcun progetto, e ancor meno condivisione: ogni sindaco, ogni paese, ha fatto quello che fa ogni individuo quando si occupa della sua villetta – non ha pensato a quello che aveva intorno, agli effetti sistemici del moltiplicarsi di scelte individuali, agli effetti macro delle decisioni a livello micro. E così ogni paese ha la sua zona industriale, ogni zona industriale i suoi capannoni, ogni lottizzazione il suo centro commerciale, con conseguenze stranote: la regione che ha subito i più alti ritmi di cementificazione, di consumo e di vero e proprio spreco di suolo, i milioni di metri quadri di zone industriali inutilizzate, l’assurda proliferazione di centri di grande distribuzione, con una metratura pro capite senza paragoni, e la terribile bruttezza, anzi, diremmo, inventando un neologismo, il processo di “bruttificazione” di un territorio che era curato, armonico, bellissimo anche nella sua povertà. Un processo che meriterebbe un esame e un approfondimento culturale, ci verrebbe da dire persino civile, che nessuno ha mai voluto davvero fare: perché vorrebbe dire riflettere sul senso civico di una popolazione (o sulle sue carenze), sulla difficoltà di stare e fare insieme (di essere davvero un “noi”, al di là della retorica), su un individualismo al limite dell’anarchia, su un qualcosa che forse si potrebbe chiamare decadenza. Perché se è vero, come diceva un grande poeta (il premio Nobel Iosif Brodskij, sepolto nell’amata Venezia, sull’isola di San Michele), che l’estetica è la madre dell’etica, e la bellezza quindi anche un valore sociale e solidale, anche il suo contrario, la diffusione della bruttezza, ci parla di etica, o meglio di una sua drammatica distorsione. Ed è doveroso sottolineare, con la spietatezza necessaria, che l’immagine del territorio è lo specchio di chi lo abita: che questo disastro urbanistico e civile non può essere imputato ad altri. Esso è figlio del Veneto, della sua classe dirigente, dei suoi appetiti, della sua cultura dominante in un certo periodo della sua storia recente, da parte di una specifica generazione, a spese di quelle successive. Solo se l’esame di coscienza sarà onesto e profondo, il riscatto – di cui, è importante dirlo, si vedono oggi i primi segni – potrà essere altrettanto radicale.

Se ieri si è costruito (troppo e male) oggi è tempo di ri-costruire: su altre basi, con altro impegno, con diversa etica. Di cui sono esempio tante nuove aziende (o aziende storiche con le loro nuove sedi), anche architettonicamente innovative quanto rispettose del paesaggio, e anche tanti progetti di re-cupero, di ri-utilizzo, di ri-uso. Che vanno affrontati con coraggio non meramente conservativo: assai diverso dallo spirito di troppi piani regolatori, che pretendono di imporre le forme e i canoni di un inesistente “stile” locale, per nessuna ragione che non sia l’inerzia burocratica e una sostanziale distanza dall’evolversi dei tempi.

Che si tratti di costruire o ri-costruire, in ogni caso serve una capacità progettuale, quindi buoni architetti, ma soprattutto buoni visionari, e il coraggio dei pubblici decisori. E su questo siamo messi male. Non mancano le competenze. Manca lo slancio (sì, anche utopico), la capacità di inventare e condividere una visione che ispiri, appunto, un progetto complessivo. In mancanza del quale, si rischia solo di porre dei limiti agli eccessi del passato. Che è qualcosa, ma non ancora abbastanza. Quando lo sguardo è troppo terra terra, si vola basso, e si resta raso terra, appunto. Quando si sa guardare solo dentro se stessi e il proprio passato, non ci si sviluppa, non si inventa: l’evoluzione ha bisogno di innesti. In qualunque forma. Quella capace di buttare giù ciò che ferisce l’occhio e che non serve. Quella dell’utilizzazione innovativa di spazi pensati per altre funzioni. E quella della costruzione originale e spericolata: magari di un Palais Lumière – come quello che voleva un illustre veneto che ha fatto fortuna altrove, tale Pietro Cardin da Sant’Andrea di Barbarana – che non si è saputo accettare.

La “bruttificazione”, figlia di una cultura egoistica. Ma il Veneto può ri-costruirsi. Con slancio e visione, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 19 giugno 2017, p. 5, rubrica “Le parole del Nordest”

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