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Padova: lo scenario post-elettorale

Il voto a Padova è stato in controtendenza su tutto: partecipazione al voto e risultato finale. In elezioni dove la partecipazione al voto è crollata sotto la fatidica soglia della metà degli aventi diritto, Padova è circa dieci punti sopra la media nazionale: ed è proprio questa partecipazione che porta Sergio Giordani, in tandem con Arturo Lorenzoni, a vincere elezioni difficili, in cui l’ultimo sindaco eletto prima dell’intermezzo commissariale, Massimo Bitonci, era disposto a tutto pur di riconquistare il fortilizio padovano sottrattogli, nella sua narrazione, durante una congiura notturna.
Padova esce così dall’esperienza politica più divisiva che abbia affrontato, con la città lacerata come mai prima, anche a seguito di una campagna elettorale dell’ex sindaco tutta basata su risentimento, spirito di vendetta, e molte menzogne sul nemico. Ma resta divisa, perché il consenso di Bitonci è comunque aumentato rispetto al primo turno, e Giordani vince di misura. Innescando tuttavia il secondo motivo di controtendenza nazionale: la vittoria del centro-sinistra in una tornata amministrativa largamente dominata dal centro-destra.

Dentro questo risultato, ci sono altre notizie da mettere in rilievo. La prima delle quali è il crollo dei partiti tradizionali. Il PD, il più votato tra i partiti presenti in parlamento, ottiene il suo peggior risultato di sempre, riducendo della metà i suoi voti rispetto al 2014. La Lega vale la metà del PD, il Movimento 5 Stelle poco meno, e Forza Italia poco più della metà della Lega: tutti insieme, fanno meno di un terzo dell’elettorato che si è espresso. E’ dunque, quella padovana, la vittoria di due civici (Giordani e Lorenzoni), e la sconfitta di altre liste civiche (quelle di Bitonci, che di suo civico non è mai stato). Ha vinto insomma la strategia scelta e il candidato proposto, apprezzati dall’elettorato, ma non la linea e la guida politica e partitica che ci sta dietro, pesantemente rifiutate: ciò che dovrebbe far trarre qualche conseguenza, sia da chi guida il PD sia da chi guida la Lega e Forza Italia. Il PD vive una débacle storica, pur occultata dalla vittoria del candidato che ha sostenuto, che ha fatto di tutto per rimarcare la sua lontananza da partiti di cui non ha mai avuto la tessera. Forza Italia continua il suo declino di lungo periodo. Il M5S, senza il traino nazionale, non esiste proprio. E la Lega sta peggio ancora: era visibile a Padova perché il suo uomo bandiera era Bitonci. Ma Bitonci non ci sarà più: all’opposizione non è interessato. Lui voleva vincere e possibilmente stravincere, già al primo turno: una volta sconfitto, Padova non gli serve più a nulla, e l’abbandonerà presto. Il che apre buone prospettive al nuovo governo della città, che avrà un’opposizione senza leader, senza personalità di spicco, e senza capacità, nemmeno di mobilitazione (esattamente a somiglianza della sua maggioranza, quando l’aveva – in cui a risaltare era solo lui: che è uno dei motivi per cui l’ha persa).

Emerge nettamente, inoltre, il profilo personale del sindaco eletto e del vice-sindaco in pectore. Che sono stati capaci di parlare alla città, ai loro rispettivi (in parte sovrapposti, in parte diversi) elettorati, saltando le mediazioni dei partiti. Lorenzoni in particolare, che con la sua lista e soprattutto con Coalizione Civica ha dimostrato di riuscire a dare coerenza a una nuova forza politica locale a tutti gli effetti, capace di veicolare non solo consenso, ma emozione e partecipazione, e presumibilmente di resistere nel tempo, anche al di là della sua leadership. E’ significativo, peraltro, che emozione e partecipazione siano emersi, nel PD, soprattutto dopo il primo turno, quando la base del partito ha potuto fare ciò che una parte di essa aveva già fatto fin dall’inizio: lavorare insieme a Coalizione Civica a un progetto percepito come comune.

Il voto è comunque locale e non ripetibile, men che meno clonabile, come pare abbia auspicato Renzi in una telefonata con Giordani. Giordani non è affatto il Renzi locale, il destino del PD non gli interessa e non lo riguarda, così come Lorenzoni non ne è il Pisapia. Ma se riuscissero a governare sulla base dei loro progetti e con le loro persone di fiducia, al di là degli accordi tra partiti, anche grazie ai molti volti nuovi portati in consiglio comunale, potrebbero essere comunque un esempio nazionale. Che dei partiti sancirebbe l’ulteriore perdita di centralità.

Padova “civica” fra le lacerazioni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 giugno 2017, editoriale, p. 1

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