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Come comportarci di fronte a chi è in stato vegetativo permanente? Riflessioni a partire dal caso di Elisa

Morire è naturale. E’ rimanere attaccati a una macchina per un tempo indefinito e potenzialmente infinito, solo per mantenere attive (non: in vita) le funzioni fondamentali, che non lo è. E stiamo parlando di alimentazione e respirazione: tutto il resto, quello che ci rende umani, o anche solo animali, come le capacità intellettive e di interazione, nei casi di stato vegetativo permanente, non c’è già più.

Se partissimo da questa semplice considerazione, forse tutto il dibattito sul fine vita cambierebbe impostazione, e molto. Non c’è chi è per la vita e chi invece per la morte. Siamo tutti per la vita: per la scienza, per la medicina, per ciò che ci cura, che ci evita dolore, che ci permettere di stare più a lungo, e in condizioni migliori, su questa terra. Ma ugualmente dovremmo essere tutti per la morte, per la morte naturale, appunto, quando questa arriva: tanto più i credenti, per i quali la morte non è la fine, ma un nuovo inizio, presumibilmente in una migliore condizione.

Invece si finisce spesso in una discutibile pastoia politica e ideologica – quella che tiene bloccata al senato la legge sul testamento biologico già approvata alla camera, per esempio – che distingue non tra credenti e non credenti (già ai tempi del caso Englaro i sondaggi ci dicevano che l’opinione pubblica non era spaccata tra queste due categorie, ma al loro interno, quasi esattamente a metà), ma tra chi vorrebbe affrontare la questione con ragionevolezza e qualche forma di pietas anche giuridica, e chi invece teme qualunque intrusione della legge; implicitamente, per un significativo paradosso, sacralizzando non la vita, ma la tecnica che permette artificialmente di continuare un suo simulacro.

Nessuno ha tutte le ragioni e tutti i torti. E ci sono molti casi dubbi, su cui è doveroso riflettere: in un dibattito pubblico, aperto, trasparente. Ma aprire uno spiraglio – letteralmente, una via d’uscita – alle condizioni dei genitori come Beppino Englaro e il padre di Elisa che in questi giorni ha fatto riaprire la riflessione sul tema, dovrebbe essere doveroso. Non a caso c’è così tanta attenzione e tanta partecipazione, intorno a queste vicende. Sono coinvolgenti, perché ognuno di noi potrebbe trovarsi intrappolato in esse, e ci si identifica: come potenziale parente di una persona che sopravvive (ammesso che questa sia la parola corretta: sottovive forse sarebbe più pertinente) attaccata a una macchina che riproduce funzioni di base che il corpo non è più in grado di espletare, o come vittima.

“Incerta omnia. Sola mors certa”. Lo diceva già sant’Agostino. Ma oggi, che la tecnica può fare cose che la natura non poteva fare – come tenere in vita indefinitamente un corpo (esitiamo a chiamarla una persona), e persino produrre il paradosso di una persona viva in un corpo morto (come già accaduto con le madri clinicamente morte, ma tenute artificiosamente in vita per permettere loro di terminare una gravidanza) – non è più così. E bisogna adeguarsi, ragionarci sopra, anche sul piano legislativo. Almeno, se non vogliamo immaginare un futuro in cui un numero sempre maggiore di cyborg (solo, a differenza di quelli popolarizzati dalla fantascienza, impotenti anziché dotati di superpoteri), attaccati a delle macchine sempre più perfezionate, occupi i letti degli ospedali, circondati da viventi che si occupano di loro (mentre in altre parti del mondo, o semplicemente in altre parti delle medesime città, sono le vite vere, adulti e bambini, a vedersi negato il diritto minimo alla sopravvivenza, al cibo, alla cura delle malattie più semplici).

Non è un richiamo all’eutanasia, e nemmeno al suicidio assistito (non stiamo parlando di persone vive, ma di persone tenute in vita artificialmente: il caso di Elisa è molto diverso da quello di Dj Fabo o di Welby, che pure meritano una risposta), ma alla responsabilità, e anche alla sensatezza. Per dirla con una espressione sintetica, dobbiamo decidere se il nostro problema è aggiungere tempo alla vita (o a una parvenza di vita) o vita al tempo. Cominciare una riflessione su queste basi, potrebbe esserci utile. Per dare senso alla vita, oltre che alla morte.

La vita, la tecnica, la morte. Il caso di Elisa, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 30 luglio 2017, editoriale, p.1

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