stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Estetica e politica (su alcune vicende patavine)

Molte persone si sono indignate perché il portavoce del sindaco ed ex-segretario provinciale del Partito Democratico di Padova si è ritrovato a svolgere il ruolo di portavoce del sindaco, con una busta paga non ingenerosa. Quella indignazione non la condivido.

Non voglio entrare nel merito delle valutazioni curricolari e salariali. Non mi interessa. Il problema vero mi pare non sia quello: per la semplice ragione che il problema vero è a monte di tutto quello.

Il problema vero è che il PD ha vinto le elezioni rispetto al candidato sindaco scelto, a prezzo di un duro calo di consensi per il PD stesso (ne avevo parlato qui). E che sia il segretario cittadino che quello provinciale – mi pare senza significative voci dissenzienti all’interno del loro partito – hanno poi ottenuto posti di rilievo nel nuovo governo della città: il segretario cittadino come assessore, e il segretario provinciale, appunto, come portavoce del sindaco. Due segretari di partito che – insieme, e in un colpo solo – trovano collocazione nell’amministrazione. Non a causa di un curriculum particolarmente pertinente (in politica accade spesso, lo sappiamo), ma per altre qualità, che possiamo solo presumere (fedeltà, coerenza, impegno, lealtà, fiducia, disponibilità al lavoro, capacità organizzative…).

Sarebbe facile gridare alla casta, allo scambio, spingere all’indignazione. Come molti hanno già fatto: in più di un caso, più per invidia sociale, doverosamente mascherata da indignazione popolare, o per un certo moralismo che si traduce in moderatismo (la cosa va bene, purché non si esageri), che per autentica comprensione dei meccanismi in atto. Non lo farò.

Io pongo un altro problema: più legato ai fondamentali. Estetico, prima ancora che politico. Di metodo, prima che di merito. Di qualità, prima che di quantità. Quindi non personale.

Estetico, innanzitutto, prima che politico. Convinto che la prima cosa sia assai più grave della seconda, perché, come diceva un grande poeta, Iosif Brodskij, proprio l’estetica (non certo la politica, come sappiamo) è la madre dell’etica. E questo non è un bel vedere, diciamo. Non gli occhi, ma l’intelligenza e il cuore, si sentono offesi: particolarmente quelli di chi ha sostenuto la medesima scelta politica. Evidentemente qualche ragione c’è.

Di metodo, non di merito: convinto, anche qui, che il primo sia più importante del secondo, che “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”, come diceva il Mahatma Gandhi – uno che è stato anche un grande politico, peraltro. Che il fine non giustifica i mezzi, ma li discrimina.

Di qualità, infine, più che di quantità (nella filosofia aristotelica si potrebbe dire: di sostanza, non di accidente). Il problema non è l’ammontare di uno stipendio: ma il segnale che manda un metodo di azione.

Ormai è accaduto. Ci limitiamo a sottolineare che se protagonisti ne fossero stati gli avversari politici dell’uno o dell’altro fronte, possiamo immaginare le critiche che sarebbero piovute: il che spinge ad osservare che in termini di opinione e reputazione non sia considerato propriamente un onore e un vantaggio. Problemi che affronterà il partito che ha espresso questo personale e condiviso queste scelte.

Due cose colpiscono. La prima: il silenzio con cui queste scelte sono passate. Come se fosse normale, come se non ci fossero linee guida di merito e di opportunità, da suggerire e da seguire, che avrebbero dovuto avvertire che l’operazione era esteticamente, metodologicamente e qualitativamente problematica. La seconda: che non ci siano proposte per il dopo. Ci permettiamo di suggerirne una, auspicando che possa servire come indicazione generale, al di là del caso specifico.

I due segretari di partito hanno scelto di non agire più da politici, ma da tecnici, e di entrare in un mercato, anche del lavoro, diverso da quello in cui erano inseriti precedentemente. In questo mercato – non dubitando delle loro qualità – potranno, se lo sapranno, operare bene, professionalmente, e ben meritare, facendo risaltare le proprie qualità, legittimando a posteriori il buon investimento fatto su di loro. Glielo auguriamo e ce lo auguriamo sinceramente: per il bene della città. Quello che ci sembra assolutamente evidente, tuttavia, è che debba essere considerata una via senza ritorno. Una scelta di questo genere, proprio perché ha riguardato essi stessi, che avevano il potere di suggerire le persone più indicate a svolgere un ruolo, e hanno indicato essi stessi – o accettato che qualcuno li indicasse, il che è lo stesso – (come se, come membro della giuria di un concorso letterario, indicassi, o accettassi che venisse indicato, come vincitore, un mio libro, pur meritevole; o come se, in quanto membro di una commissione di valutazione per un ruolo di direttore museale, mi autoproponessi o accettassi di venire prescelto…), deve necessariamente prevedere che non ci siano più in futuro, per loro, incarichi politici, elettivi, di qualsiasi genere. Che siano, fin da ora, considerati degli amministratori, dei tecnici, non più dei politici: che svolgono ruoli importanti a beneficio della collettività, e che saranno comunque giudicati su questo. Che dunque non abbiano più alcun ruolo, alcuno spazio, alcun vantaggio, nel settore dove hanno lavorato prima: che li ha portati a operare per scegliere di entrare in un altro. Lavorando nei nuovi settori potranno del resto ben capitalizzare sul mercato l’esperienza fatta e i contatti costruiti, trovando la propria strada al di fuori della politica. Peraltro, penso che potranno lavorare bene, efficientemente, professionalmente.

Questo il problema loro, riguardo al loro futuro politico. Poi, certo, per il loro partito di provenienza, c’è un problema di opinione, di reputazione, di immagine. Che il suddetto partito potrà superare (o meno) cambiando persone e metodo (o meno). E riflettendo, anche, sul silenzio dei suoi membri e dei suoi dirigenti. Se l’estetica è la madre dell’etica, un problema serio, un problema fondativo, di immaginario, di simboli, di teoria, di princìpi, di riferimenti ideali (estetico, quindi, nel senso ampio del termine), ce l’hanno anche loro.

p.s. Proprio perché non penso che il problema sia quantitativo, ma simbolico, di segnale mandato, aggiungo che ho trovato l’autoriduzione delle retribuzioni della giunta un messaggio demagogico, populista, anche sbagliato (come dire: in realtà non ne siamo degni, di quelle retribuzioni) e oltre tutto inutile (non sposterà un voto, alle prossime elezioni…). Io mi aspetto dalla giunta che lavori bene. Non mi cambia di un millimetro che si faccia pagare meno: anzi, mi rende più complicato il pretendere un lavoro professionalmente all’altezza. Anche perché non si trattava, in questo caso, di assurdi privilegi (come nel caso, che so, dei vitalizi), ma di legittime retribuzioni, all’altezza delle responsabilità sostenute. Anche in questo, preferirei che ricominciassimo a guardare alla luna, e non al dito…

p.p.s. Aggiungo, a onor del vero, e da un altro punto di vista, che se l’operazione di cui sopra è stata fatta, è perché il sindaco l’ha voluto: e se l’ha voluto, è perché delle persone in questione si fida e vuole che lavorino con lui. Per ragioni evidentemente, a suo parere, fondate: che non possiamo porre in questione, al pari delle altre scelte fatte su altre persone. Io ho fatto una analisi critica del passato (estetica, e quindi politica: non personale), e una proposta di metodo, che riguarda il futuro. Quanto al presente, credo sia ora, espresse le opinioni di tutti, lasciare che lavorino, e giudicare, tutti, su quanto faranno.

Leave a Comment