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Sbarchi e richiedenti asilo: è ora di una svolta

E’ il punto di svolta. Dodicimila sbarchi in due giorni. Due mesi estivi di bel tempo a questi ritmi vorrebbe dire 360.000 persone: un ritmo insostenibile per l’Italia, da sola, se si aggiungono a un meccanismo di salvataggi ed accoglienza già sotto stress ormai da un paio d’anni. Ed è per questo che è finalmente giunto il momento che l’Europa intervenga: e bene ha fatto il governo a puntare i piedi e a pretenderlo (ci prova da tempo, ma purtroppo con scarsissimo successo – solo che oggi non è più possibile non vedere).

Di problema europeo si tratta, in effetti. Quando l’emergenza erano gli sbarchi in Grecia e la rotta balcanica, fu l’Europa a intervenire, con gli accordi sulla Turchia. Quel flusso si è arrestato: ma, a causa anche di quell’intervento, è aumentato quello attraverso la Libia e verso l’Italia. E’ tempo dunque che l’Europa smetta di voltarsi dall’altra parte, e se ne occupi. Le frontiere dell’Italia sono infatti le frontiere dell’Europa: e chi tenta di sbarcare in Italia vuole in realtà raggiungere l’Europa. Senza dimenticare che la situazione attuale in Libia è figlia di un intervento soprattutto anglo-francese, cosa che questi paesi tendono volentieri a dimenticare. Bisogna invece prenderne atto. Con urgenza.

Il governo italiano, almeno da quando il Ministero dell’Interno è passato nelle mani del ministro Minniti, se ne sta facendo carico, con una frenetica attività di incontri: al di là del Mediterraneo, da un lato, con accordi complicati con i paesi di transito e con quelli di partenza; e verso Bruxelles e i paesi con noi confinanti, come la Francia, dall’altro. Finora con più ascolto (pur precario, la Libia è nella situazione che sappiamo) nella sponda sud del Mediterraneo che nei confronti dell’Unione Europea di cui pure siamo soci fondatori.

Le cose che è possibile fare sono molte. La prima, prendere atto che l’immigrazione è un fenomeno normale, non eccezionale: in numeri gestibili utile, anzi indispensabile, all’Europa (ogni anno questa perde, per via demografica, 3.000.000 di persone in età lavorativa, l’Italia 300.000: possiamo continuare a fare finta di niente?). Non solo: la mobilità continuerà ad aumentare, su scala planetaria. Tra i ricchi e nei paesi sviluppati più ancora che tra i poveri. E l’Europa ne gestisce una parte modesta rispetto alle migrazioni globali.

Ma proprio perché fenomeno normale va gestito, non lasciato al caso, alla meteorologia e alle mafie internazionali: altrimenti salta il concetto stesso di sovranità nazionale (di cui il controllo dei confini è una parte fondamentale), e il senso di incertezza e le paure dei cittadini aumentano, comprensibilmente, con conseguenze imprevedibili e pericolose anche a livello politico e di coesione sociale. Occorre aggredire seriamente le cause delle migrazioni, innanzitutto: con cooperazione e sviluppo – idealmente, un vero e proprio piano Marshall per l’Africa (non le briciole di oggi), per un continente che ha potenzialità di sviluppo gigantesche. Occorre aprire canali di ingresso legali (per un numero potenzialmente superiore, a livello europeo, degli arrivi in Italia), oggi tutti completamente bloccati, se non appunto per pochi richiedenti asilo: tra questi canali, uno sviluppo importante va dato ai corridoi umanitari, il cui modello va esteso ad altri paesi e implementato numericamente – oltre tutto, è molto più efficace in termini di integrazione e costa infinitamente meno di tutti gli altri meccanismi di ingresso. Occorre far finalmente partire, sul serio, la redistribuzione dei migranti sul territorio europeo, cancellando gli assurdi regolamenti di Dublino che obbligano il paese di sbarco a farsene carico. Ma occorre anche cercare di bloccare le partenze in tutti i modi possibili (che vuol dire scontrarsi con mafie che guadagnano cifre incredibili dal traffico di esseri umani). E infine rivedere le modalità di gestione degli sbarchi: che sono notevolmente cambiate in questi mesi, anche per l’aumento dei soggetti che se ne occupano. E qui sono implicate anche le organizzazioni umanitarie. Non è più possibile che si facciano carico solo dei salvataggi, non tenendo conto delle conseguenze delle loro azioni sui territori (di un solo paese, per giunta). Bisogna inventare forme diverse di gestione del fenomeno. E si può fare.

Sbarchi, la svolta che serve. E’ giunto il momento che l’Europa intervenga, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 30 giugno 2017, p.1, editoriale

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