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La propaganda e il gonfalone: sull’uso dei simboli del Veneto

Gustav Mahler, grande compositore che, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è stato forse l’ultimo dei classici ma certo non il primo dei rivoluzionari, diceva che “tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri”.

L’osservazione di Mahler si presta bene a commento delle ultime iniziative – teoricamente volte a rafforzare la tradizione – prese dal Consiglio Regionale: che sembra essersi specializzato in proposte di legge di non primaria utilità pratica (e semmai di qualche costo), e che in nulla migliorano la qualità della vita dei veneti, ma di sicuro dividendo politico. Da quelle per la promozione del dialetto a quella più recente riguardante la bandiera della regione, fino all’aumento dei fondi della campagna per il referendum sull’autonomia.

L’esposizione del gonfalone con lo stemma di San Marco dovrebbe infatti diventare obbligatoria nei luoghi pubblici: dai tribunali, ai provveditorati, alle caserme, e in tutti gli uffici pubblici dove si esponga anche la bandiera italiana (e quella europea), senza dimenticare opere pubbliche (dal Mose – dove sarebbe meglio evitare: per pudore – al Passante e alla Pedemontana) e società partecipate. Ne sono esentati, per ora, bontà loro, i privati…

I simboli sono una cosa seria. Ma proprio per questo l’improvvisa bulimia della Regione in materia ci preoccupa. Tanto più se si accoppia all’altra recente iniziativa che prevede di inserire la propaganda al referendum sull’autonomia del Veneto praticamente ovunque: dai bus agli striscioni da trainare con gli aerei, dagli spot nei cinema alle locandine dei treni, e ovviamente sui siti istituzionali (a cominciare dalle Usl: e non vediamo davvero cosa c’entri la salute dei cittadini…), e persino sotto la firma negli atti dei dipendenti pubblici, in puro stile Grande Fratello (nel senso del libro di Orwell).

Non è tanto questione di soldi. L’invito a votare l’ha fatto anche il governo per il referendum del 4 dicembre. Ma, almeno, in quel caso, si trattava di un referendum vero, che dal giorno dopo, a seconda dell’esito, poteva cambiare concretamente (in meglio o in peggio, a seconda delle valutazioni) la vita delle persone, attraverso il cambiamento di una serie di leggi, anzi della legge fondamentale, la Costituzione. Questo ha mero valore indicativo, consultivo, oltre che ovviamente politico ed elettorale per chi lo promuove: il giorno dopo, per capirci, comunque vada (e sappiamo già come andrà: la suspense sul risultato è nulla), per la vita dei cittadini veneti non sarà cambiato assolutamente nulla.

Poiché le due iniziative emergono nello stesso momento, e non per caso, avanziamo sommessamente un’osservazione: queste iniziative – anche quando in sé ragionevoli e comprensibili, come quella relativa alla bandiera – rendono un cattivo servizio al veneto come legato culturale. Per la semplice ragione che i patriottismi non si costruiscono a tavolino.

Lo sa bene l’Unione Europea, che pur disponendo di bandiera e inno, non ha un esercito che la difenda e qualcuno disposto a morire per essa: forse succederà, ma ci vorrà tempo. Il leone di San Marco ha una storia diversa: assai più lunga e sostanziata. Ed è già parte dell’immaginario legato alla regione. E’ l’obbligatorietà supportata da sanzioni che stona. L’autonomismo come conformismo del pubblico dipendente. Il patriottismo non si impone: questo era il vecchio metodo centralista, che gli autonomisti dovrebbero aborrire. Il fine non giustifica i mezzi, ma li discrimina. Predicare bene (secondo i punti di vista) ma razzolare male (da tutti i punti di vista) non è un bello spettacolo.

Detto questo: “Viva San Marco!”. Anche se il gonfalone fosse made in China.

Battaglie venete. I simboli e la vita reale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 agosto 2017, editoriale, p. 1

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