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Racconto di ferragosto

Stazione di Padova. Vigilia di Ferragosto.

Mentre, rientrato da Milano, percorro il sottopassaggio della stazione, diretto al parcheggio, vedo con la coda dell’occhio un signore – più giovane di me, ma con più durezze alle spalle a segnarne i lineamenti – che, sull’altro lato, regge tra le mani un grande foglio giallo scritto a mano: dalle poche parole che decifro, qualcosa legato al fatto che, dietro ai poveri che chiedono, c’è qualcosa…

Il cartello è molto più lungo, ma non l’avevo visto in tempo, distratto come ero da una pubblicità che reclamizzava il suo prodotto invitandomi a contemplare tre belle giovani schiene femminili, quasi nude, a suggerire che, viste dall’altro lato, si sarebbe potuto immaginare il resto. Distrazioni, appunto… Proseguo. D’altronde, ho le mani occupate, e voglia di rientrare a casa. Arrivato al parcheggio, desolatamente vuoto come non mai, ci ripenso. Lascio il bagaglio in macchina, e torno indietro, un po’ pentito della mia indifferenza, un po’ curioso di leggere il cartello per intero.

In un suo libro, letto decenni fa, Bruce Chatwin, grande viaggiatore e narratore di viaggi, raccontava di come, spesso, si fermasse davanti a chi chiedeva l’elemosina, barattando l’offerta di un pranzo a patto che la persona in questione gli raccontasse la sua storia. Una delle più straordinarie, pur con tanti viaggi alle spalle, l’aveva raccolta nei pressi di casa sua, in una via di Londra, da un ex commissario di polizia, se non ricordo male, finito, a seguito delle capriole della storia che a volte prendono anche la nostra, di storia, senza fissa dimora. Nella mia vita, ho messo in pratica la ricetta di Chatwin un paio di volte, senza pentirmene.

Stavolta era più semplice: e non era nemmeno ora di pranzo… Mi sono avvicinato, ho letto per intero il cartello, e poi, senza dire una parola, ho dato all’uomo che lo reggeva qualche soldo. A quel punto è arrivato, senza nemmeno chiederlo, il contraccambio: è stato lui che ha cominciato a raccontarmi la sua storia. Ne aveva voglia. Ed era la storia confusa di un uomo confuso, ma pieno di dignità, di sofferenza e di vita. Che, diceva, era venuto a Padova, da Genova, alla ricerca di un lavoro, inseguendo una vaga notizia, o speranza, dopo la morte in ospedale di un fratello – per troppi chili, centocinquanta, e poche cure, diceva lui, e il cartello. E che, diceva, si sentiva in dovere, chiedendo la carità, di spiegare almeno il perché, di giustificarsi con quel cartello: che non era, lui, un mendicante.

Mentre parlavamo, è passato un ragazzo di colore, diretto ai binari. Ma, anche lui, è ritornato sui suoi passi, gli ha lasciato una moneta, e poi ha ripreso la sua strada. Una bella scena già questa: piena di involontaria ironia, oltre tutto, di questi tempi.

Naturalmente, non so se quella dell’uomo col cartello giallo è una storia vera, o una di quelle storie che finiamo per interpretare senza sapere il perché, attori in cerca di una storia, o una verità seriale come quelle dei tossici, che devono sempre prendere lo stesso treno per andare sempre nello stesso posto, o mangiare sempre lo stesso panino…

Non ha tanta importanza. In ogni caso, dopo aver ricevuto in regalo (o davvero a poco prezzo) la storia, ero di umore migliore anche io.

La morale? Non c’è. O forse una. Di questi tempi – tempi d’estate, di vacanza – che potrebbero essere più lenti dei tempi normali, e che spesso invece diventano più veloci, più frenetici, perché ci mettiamo dentro troppe cose, alla ricerca di chissà cos’altro, forse non fa male riuscire a ritagliarsi qualche momento insolito di ascolto, di osservazione. Ne esce quasi sempre qualcosa di buono.

Regalo di ferragosto, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 agosto 2017, editoriale, p.1

Una risposta a Racconto di ferragosto

  • stefano scrive:

    vado a memoria, perché ne ho letti diversi: direi “Le vie dei canti” o “Anatomia dell’irrequietezza” – molto belli entrambi, peraltro

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