stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Immigrati: la terza via.

Di fronte a un rubinetto aperto, pretendere di fermarne il flusso a metà della caduta è illusorio: per un po’ ci si può anche riuscire, ma solo deviando l’acqua altrove, e alla lunga non è risolutivo.

Applicato alle migrazioni, questo, di fondo, è l’interrogativo che sta dietro il film “L’ordine delle cose”, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, regista (Andrea Segre) e produzione veneta, cappena uscito nelle sale cinematografiche italiane.

La storia è quella di un alto funzionario di polizia di Padova – Corrado Rinaldi, intensamente interpretato da Paolo Pierobon – mandato dal governo in Libia per cercare di arginare, anche su mandato e con fondi europei, i flussi di migranti: nel concreto, fermare le barche dei trafficanti con l’aiuto di milizie delle varie tribù tra loro in conflitto. Di fatto, quel che gli viene chiesto è precisamente di deviare l’acqua del rubinetto: compito che svolge con efficienza e fermezza, facendo in modo che i migranti restino in Libia, con la collaborazione delle milizie locali, sulla cui capacità di rispettare i diritti umani, per usare un eufemismo, è lecito dubitare.

Il film ha il merito di porre il problema – etico e politico – direttamente allo spettatore: senza offrire risposte in prima persona, e senza alcun ideologismo. E il dilemma c’è tutto.

Chi è contro questa scelta, spesso non ha altra risposta che quella dell’imperativo etico dei salvataggi in mare e del riconoscimento del diritto d’asilo, lasciando aperto il rubinetto, con un flusso in progressivo aumento: salvando sì vite umane (almeno nell’ultimo tratto della traversata), ma trascurando a monte le implicazioni etiche in termini di collaborazione indiretta con i trafficanti di manodopera, e dimenticando le conseguenze dell’allagamento a valle, in termini di sostenibilità sociale ed economica (oltre quelle politiche: che avrebbero come possibile esito la vittoria elettorale di chi contesta l’imperativo etico…).

Ma tra deviare il rubinetto e lasciarlo scorrere esiste una terza opzione possibile, al cui approfondimento il film invita implicitamente, alludendo alla necessità di cambiare “l’ordine delle cose”, e lo sguardo con cui si leggono. Se deviare il flusso a metà alla lunga non funziona, e ha dei costi etici che vanno discussi, e se lasciarlo scorrere senza controllo ha conseguenze che possono essere imprevedibili (e dei costi etici che vanno discussi), restano solo altre due cose da fare, e da fare insieme. Da un lato fare in modo che il flusso diminuisca, con un fortissimo investimento per creare sviluppo all’origine (senza affrontare le disuguaglianze globali, il flusso, semplicemente, non si arresterà mai). E dall’altro regolamentarlo, in modo che l’immigrazione da irregolare diventi (come era in passato, peraltro) regolare, gestibile, oltre tutto utile a compensare flussi in uscita (demografici, per esempio, e bisogni economici).

Contemperando controllo e umana pietas, sostenibilità (a monte e a valle) e interessi reciproci. Per restare nella metafora, un fiume, bloccato un alveo, se ne trova un altro, disordinatamente. Meglio allora, per tutti, un sistema di chiuse regolamentate che occasionali inondazioni. Allargando l’orizzonte: la frontiera mediterranea, come quella balcanica, è frontiera europea, non nazionale, e quindi europea deve esserne la gestione. Di fronte ad alcune centinaia di migliaia di persone, un bacino di deflusso più largo (di oltre 500 milioni di persone anziché di 60), che di acqua oltre tutto ha bisogno (l’Europa perde forza lavoro, per via demografica, al ritmo di 3 milioni di persone l’anno – 100 milioni da qui al 2050), fa tutto un altro effetto.

Il film ha il merito di sottolineare anche un altro aspetto della questione: mostrando cosa accade quando il “problema da risolvere”, cui Rinaldi si dedica, si incontra casualmente con una persona in carne ed ossa che del problema fa parte (una profuga somala che cerca di raggiungere il marito in Europa). E’ un corto circuito che può avere esiti molto diversi, e il film lo mostra bene. Ma è un modo di procedere che andrebbe addirittura incoraggiato, proprio per favorire la soluzione del problema. Solo immedesimandoci nelle storie degli altri, o semplicemente accettando di lasciarcele raccontare, riusciamo a vedere le cose da un altro punto di vista, che ci è prezioso per approfondire pensiero e sensibilità, ma pure per l’efficacia della nostra azione: inclusa quella di governo. E vale per tutto, non solo per le migrazioni.

Migranti, la terza via, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 settembre 2017, editoriale, p.1

Leave a Comment