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Lo sciopero dei prof. Perché non lo faccio. Perché sono a favore.

I docenti universitari sono una categoria mite e non sindacalizzata, tradizionalmente moderata e rispettosa delle leggi, inabituata a forme di lotta, non dico radicali, ma proprio a forme di lotta qualsiasi. Probabilmente per osmosi: essi vivono in un ambiente dove, pur esistendo un contratto collettivo, non esistono rivendicazioni collettive, essendo le progressioni di carriera o individuali, e legate in teoria, quando va bene anche nella pratica, alla valutazione del curriculum in termini di didattica, pubblicazioni e ricerca, o semplicemente dettate da logiche inesorabili e uguali per tutti come l’anzianità.

Il fatto che un gruppo di professori, sotto il nome di Movimento per la dignità della docenza universitaria, proclami addirittura uno sciopero, credo a quarant’anni da quello precedente, è già dunque una notizia clamorosa. Che poi attivi una qualche forma di lotta che presuppone un’assunzione di responsabilità, ha praticamente del rivoluzionario. I docenti che aderiscono allo sciopero, infatti, non parteciperanno al primo appello autunnale, riducendo quindi la sessione di esami a un appello solo, che si svolge nei quindici giorni successivi. Il motivo dello sciopero? Persino risibile: il riconoscimento degli scatti di anzianità degli ultimi cinque anni. Che probabilmente è la punta dell’iceberg di un accumulo di molte altre frustrazioni.

Dico subito che non parteciperò allo sciopero: ma spiegherò agli studenti perché sono d’accordo con le sue motivazioni, che considero persino troppo moderate. Non parteciperò, perché presuppone di indire l’appello, e non presentarsi causa sciopero, senza preavviso – in modo da produrre un danno effettivo che garantisca una eco (come fanno tutti coloro che avanzano una rivendicazione). E’ l’aspetto che non condivido (i prof, l’ho detto, sono moderati…): non per il rinvio dell’appello, che ha conseguenze praticamente irrilevanti per i più (il docente lavora il doppio l’appello successivo e tutti fanno l’esame comunque due settimane dopo – oltre tutto, sono previste eccezioni per lauree, borse di studio, ecc.), ma perché ci sarebbe anche un danno effettivo ad alcuni studenti, che magari prendono un treno e, peggio, una giornata di permesso al lavoro, e poi si ritrovano l’aula vuota.

Userò però l’occasione per spiegare agli studenti il perché delle motivazioni, che condivido. Nel 2010 Berlusconi bloccò per tre anni stipendi e carriera di tutti i dipendenti pubblici: il loro contributo al risanamento del paese. Letta nel 2013 rinnovò il blocco per il 2014. Renzi nel 2014 non lo rinnovò per gli altri dipendenti pubblici, ma per i docenti universitari, e solo loro, sì – additandoli di fatto, con un messaggio obliquo e devastante, come dei privilegiati fannulloni che non ne avevano bisogno (la loro rabbia comincia da lì). Infine, nel 2015, non fu più rinnovato: ma resta per i docenti – e solo per loro – la perdita degli scatti di carriera per cinque anni. Un taglio all’università mascherato: non si tagliano direttamente i fondi (in realtà si è fatto anche questo), ma si taglia la carriera dei docenti (con effetti permanenti anche sul trattamento di fine servizio e la pensione), che così finiscono per limitare il definanziamento dell’università, cioè il loro posto di lavoro, finanziandolo essi stessi. Le stime sono di 580 milioni di euro persi nel 2014, 920 nel 2015 e 1280 nel 2016.

Certo, l’università ha ben altri problemi e storture: ma chi la fa andare avanti ha anche questi. Non so nemmeno quanto incidano su uno stipendio (qualcuno valuta un danno medio complessivo sulla carriera di 90.000 euro a docente). So inoltre che la categoria è impopolare e, grazie anche alle politiche governative (che pure ripetono continuamente di dover investire nell’istruzione e la ricerca), non gode di buona stampa. E certo si è attaccata a un simbolo minore e poco seducente: la dignità cui fa riferimento lo sciopero ha di queste derive. Ma vorrei tranquillizzare, per quel che posso, la pubblica opinione.

Nessuno chiede, con questo sciopero, un aumento: figuriamoci fare confronti internazionali su livello della ricerca, produzione scientifica e salari. Ma almeno non essere trattati giuridicamente – simbolicamente – peggio di tutti, ma proprio tutti, gli altri dipendenti pubblici d’Italia, dagli uscieri ai magistrati, dai poliziotti agli impiegati comunali. Dirò questo, ai miei studenti, facendo sostenere loro regolarmente l’esame.

Università. Non sciopero ma sono a favore, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 settembre 2017, editoriale, p.1

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