stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

L’università, la selezione, i concorsi. E altre cose che non vanno…

Generalizzare è intollerabile, ma ignorare sarebbe ingenuo. Le inchieste su abilitazioni e concorsi universitari lottizzati mettono in luce un malcostume indifendibile, certo, ma anche dei problemi strutturali, che vanno analizzati.

La prassi della lottizzazione è la norma? No, ma accade. In certi settori scientifico-disciplinari – quelli che aprono a più lucrosi mercati esterni rispetto alla sola docenza – più che in altri. Peraltro un concorso è possibile pilotarlo anche a prescindere da una lottizzazione: e vale per qualunque ambito lavorativo dove il concorso è obbligatorio (tipicamente tutta la pubblica amministrazione, a qualsiasi livello, dall’usciere al dirigente, e in qualunque ambito, dai centralizzati ministeri alla regionalizzata sanità fino alle decentrate amministrazioni locali). Del resto si può pilotare di tutto: concorsi di architettura, cinematografici, letterari… Ci sono dei correttivi possibili? Sì, ci sono. Quelli di introdurre barriere normative (per evitare nepotismi diretti), meccanismi di revisione esterna (esperti esterni o addirittura stranieri nelle commissioni giudicatrici), indicatori in qualche modo oggettivi (ma non lo sono mai: pubblicazioni su riviste internazionali, ecc.). Tutto questo è già stato fatto. Serve? Sì. Basta? No. Anche perché il problema, per molti, sta proprio nella logica del concorso. Ha un senso? Non sempre. Nell’università pubblica si è costretti a fare un bando di concorso anche solo per dieci ore di didattica integrativa, che è un rapporto tipicamente fiduciario, o un contratto annuale, che serve anche per mettere alla prova un giovane ricercatore: con costi assurdi (spesso superiori alla uscita preventivata) e appesantimenti della macchina amministrativa insensati. Il ragionamento è applicabile anche ai cosiddetti strutturati, professori e ricercatori a tempo pieno? La questione è complessa. Da un lato l’apertura, anche internazionale, delle procedure di selezione consente di sprovincializzare, di aprirsi a nuovi apporti, ad energie e disponibilità non conosciute, a metodologie e contenuti innovativi. Dall’altro l’idea di fare scuola, filiera, di assumere persone di propria fiducia, che condividano percorsi e finalità di un progetto, ha evidentemente senso. Nell’università pubblica (italiana) non si può distinguere tra le due cose. In altri sistemi universitari sì. Il fatto è che bisognerebbe imparare a distinguere tra ruoli che vanno messi doverosamente a concorso, e altri che necessitano di un rapporto fiduciario, di cui ci si assume la responsabilità.

Il problema è che nel nostro paese l’autonomia universitaria è dichiarata ma non praticata, non c’è quindi alcuna concorrenza reale, e le logiche di premialità sono contraddette già dalla modalità di erogazione dei finanziamenti ministeriali alle sedi universitarie, fino alle figure dei singoli docenti: che vengono valutati, senza che si premi il docente bravo o si penalizzi chi non lo è, dato che prendono esattamente il medesimo stipendio. Con una stortura ulteriore: le università devono erogare sia didattica che ricerca. Sono due mestieri in parte diversi, per i quali la selezione è identica: e si fanno concorrenza tra di loro – più investo nella didattica, meno avrò tempo per la ricerca e le pubblicazioni, e viceversa. Le commissioni però valutano essenzialmente le pubblicazioni, cosicché chi fa buona didattica (e chiedetevi, da studenti o da genitori che hanno i figli in università, se non è importante…) è doppiamente penalizzato: perché fa meno ricerca e quindi sarà valutato peggio nelle selezioni di concorso, e perché per tutti i compiti che si assume a differenza dei colleghi (innovazione didattica, gestione di corsi di laurea o di dottorato, tesi seguite) non prenderà un centesimo di più.

Allora, sì, certo: c’è un problema etico in alcuni concorsi. Ma sarebbe utile che si usasse l’occasione per analizzare i problemi strutturali che stanno a monte dei concorsi, e magari alcuni altri problemi seri dell’università. In ordine sparso: il drammatico sottofinanziamento strutturale rispetto agli altri paesi avanzati (e ciononostante il buon livello di produzione scientifica, segno che la qualità non difetta), i livelli salariali per nulla appetibili (hai voglia ad aprire le selezioni se poi i salari, dalla borsa di studio di dottorato all’ordinariato, sono ininteressanti per gli stranieri e sempre meno appetibili anche per altri), l’età media della docenza, il crescere degli adempimenti burocratici a scapito di didattica e ricerca, la scarsissima mobilità, il basso numero di laureati e lo scarso differenziale salariale tra laureati e non (che è un problema del mondo del lavoro, non dell’università). Altrimenti sarà l’ennesima occasione di indignazione: e nient’altro.

Non basta dire lottizzazione. Gli atenei e i concorsi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 settembre 2017, editoriale, p. 1

Leave a Comment