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Perché domanda e offerta di lavoro fanno fatica ad incontrarsi. La fine dei percorsi lineari e le difficoltà di inserimento

Ci si può davvero preparare al lavoro? Può, il mondo del lavoro, semplicemente trovare persone da inserire nei ruoli predisposti? Sempre meno. La cosa è stata possibile finché i lavori sono rimasti, dal punto di vista tecnico, molto simili. Per migliaia di anni l’aratro ha subito solo modeste variazioni. Poi, ogni tanto, arrivava un’innovazione rivoluzionaria: attaccarlo a un paio di buoi, o passare dal legno al ferro. In questi casi, la trasmissione generazionale e l’apprendimento attraverso l’esempio e la pratica erano sufficienti a inserirsi nel lavoro. E non valeva solo per l’agricoltura, ma anche per l’artigianato e il commercio, appresi a bottega (e trasmessi facilmente di padre in figlio anche perché casa e bottega erano lo stesso luogo fisico). Già dalla prima rivoluzione industriale le cose sono cambiate. Tanto più in quelle successive, per arrivare ad oggi, in cui sappiamo con certezza che la maggior parte dei lavori che faranno i nostri figli, al momento in cui li iscriviamo a scuola, semplicemente non esistono ancora.

Il problema dell’incontro tra domanda e offerta si fa dunque più complicato. Sono correnti le lamentazioni di imprenditori che dicono di non trovare manodopera adatta. Chi perché offre lavori e non trova candidati: salvo poi, quando la notizia finisce sui giornali, ricevere curricula in quantità, e allora ci si domanda se sa comunicare. Chi perché li trova ma non accettano il lavoro (i racconti sono stereotipati: “ho proposto un lavoro a trenta giovani ma non l’ha voluto nessuno…”): ora, un ragazzo che si offre a trenta ragazze e viene respinto da tutte (rubo la similitudine a Giovanni Costa), forse qualche domanda dovrebbe farsela, sulla qualità e la modalità dell’offerta. Chi, infine, perché i lavoratori non riesce a trattenerli: se ne vanno, non accettano l’organizzazione del lavoro, gli orari, i salari… Le responsabilità stanno ovunque. Certo, dal lato della domanda di lavoro. Ma anche dal lato dell’offerta. E di chi sta in mezzo: le istituzioni della formazione.

Perché è possibile prepararsi al lavoro in generale e ad alcuni tipi di lavoro, non a un lavoro, tanto meno a un ruolo, in specifico. Né la formazione professionale né l’università (troppo rigide, burocratiche e lente a rispondere ai cambiamenti del mercato) possono riuscire a corrispondere ai desiderata dell’impresa. Che spesso sono troppo rigidi anch’essi. Non è solo una questione di contenuti dell’insegnamento: che di fronte a specialismi crescenti e tassi di innovazione sempre più veloci non può che essere in ritardo sul cambiamento, e deve semmai spostarsi di sede, verso l’azienda, tenendo per sé conoscenze e competenze più larghe. C’è un problema proprio di sistema. Non ha più senso alcuno immaginare i percorsi di vita (come fa la maggior parte dei genitori, prima ancora che dei ragazzi), come suddivisi in un lungo periodo di formazione, uno di lavoro, e uno di relativo relax finale, prima della morte. Tutti e tre i periodi hanno sempre più bisogno uno dei contenuti dell’altro, e hanno tutto da guadagnare a mischiarsi. I percorsi lineari non sono più necessariamente il modello migliore: e, culturalmente (oltre che burocraticamente, in termini di impostazione del sistema), è questa la cosa più difficile da accettare. Occorre maggiore intreccio tra momenti di studio e di lavoro (non per adattare il primo al secondo, come pretenderebbero molti imprenditori, ma per consentire a chi è protagonista dell’uno e dell’altro di aprire maggiormente gli occhi sia sullo studio che sul mondo del lavoro, motivando e orientando meglio e l’uno e l’altro). Ma anche immaginare modalità di incontro diverse. Un esempio. Di solito il datore di lavoro ha in mente un certo ruolo, in maniera rigida, per il quale decide di richiedere una determinata qualifica (una determinata laurea, ad esempio). In alcune realtà si cominciano a sperimentare forme di incontro di domanda e offerta diverse, co-organizzate da associazioni di categorie e università: in cui, per esempio, è il neo-laureato (anche in tutt’altro da ciò che l’imprenditore richiederebbe) a proporsi all’impresa. Da questi incontri anche l’imprenditore può essere aiutato a immaginare, proficuamente, l’utilizzo di competenze diverse, in modi diversi. Riscoprendo che inserire (al lavoro) non significa mettere – meccanicamente – una cosa dentro un’altra: ma, dal latino serere, intrecciare. Che è cosa diversa.

L’inserimento difficile, e quei percorsi lineari che non esistono più, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, rubrica “Le parole del Nordest”, 11 settembre 2017, p. 3

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