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Autonomia, il vero quesito

Siamo tutti per l’autonomia. E tutti ne vorremmo di più: per noi stessi, per i nostri figli, che educhiamo (o almeno diciamo di farlo) a questo scopo. E vorremmo che ne mostrassero di più anche i nostri collaboratori: salvo alzare il sopracciglio preoccupati, e reagire, se, ai nostri occhi, cominciano ad esagerare…

Ecco, la questione dell’autonomia si pone così: nella vita reale, e anche in politica. Facciamo un referendum ad uso dei nostri figli, dei nostri dipendenti, dei nostri studenti – chiedendo: volete voi avere più autonomia? Risponderanno di sì. Forse risponderebbero in parte diversamente se il quesito fosse posto in altro modo (pure, più corrispondente al vero): volete voi che ottieniamo più autonomia per gestirla in nome vostro? Perché, nei sistemi di democrazia rappresentativa, non è il popolo che governa, ma i suoi rappresentanti; e – come Churchill quando diceva che “la democrazia è il peggiore dei sistemi possibili, ma non ne conosco uno migliore” – siamo convinti che sia bene così. Posta così la domanda, ne implicherebbe di ulteriori: sulle quali sarebbe in effetti utile interrogarsi. Non sul “se” dell’autonomia, su cui siamo tutti d’accordo: ma sul “chi” (ne ha le necessarie capacità? le qualità?), e sul “come” (per farne cosa? per andare dove?).

Il “chi”, innanzitutto: quale classe dirigente politica? Dall’altro di quali prove? Con quali esempi e quale successo? E’ bello essere “paroni a casa nostra”, se i paroni sono illuminati. Che prove ha dato la classe dirigente politica veneta? Quali esempi di buongoverno? In quali campi? Con quali innovazioni profonde? Quale autorevolezza ha saputo conquistarsi a livello nazionale? Quale peso? Ma questo è forse anche il meno: in fondo, la responsabilità si dovrebbe imparare ad esercitarla esercitandola, appunto – anche se sarebbe meglio dopo adeguata preparazione e seri studi alle spalle. Le classi dirigenti dell’autonomia si dovrebbero poter formare contrattandola, l’autonomia, e poi esercitandola: così come i nostri figli si ritagliano il proprio spazio conquistandolo spanna dopo spanna in dure contrattazioni, per poi esercitarlo in proprio, e infine andare per la propria strada, in completa (e nei casi migliori, grata e non conflittuale) autonomia. Il primo interrogativo è proprio lì: perché non hanno saputo contrattarla fino ad ora, se non a parole, pur in presenza di spazi disponibili, e aver addirittura esercitato il governo nazionale? Perché – come tra gli adolescenti al primo conflitto familiare – girano più slogan che proposte concrete, più aspirazioni immaginarie (saremo come l’Alto Adige) e roboanti proteste (me ne vado di casa…) che progetti costruttivi?

Ma il problema principale, quello su cui dovremmo davvero discutere (e che invece è completamente assente dal dibattito, e non per caso), è quello sul “come”. Autonomia, bene: ma per fare cosa? per andare dove? A giudicare dai temi su cui si è incartato il dibattito politico dell’autonomismo veneto negli ultimi anni, nella direzione sbagliata: continui litigi in famiglia (l’inesausto contenzioso con Roma, che talvolta è parso volto più a marcare il punto che a ottenere un risultato) e, tra figli, il gioco irresponsabile di scavalcarsi a chi è più autonomista, a colpi di iniziative-bandiera irrilevanti o nefaste, dalle leggi in controtendenza col mondo sul “prima i veneti” alle iniziative per difendere un dialetto che non ha bisogno di tutori, fino alla coltivazione sistematica della chiusura, alla strumentalizzazione di comprensibili paure, all’autarchismo del pensiero, che non è una forma di saggezza, ma di ignoranza. E – in disordine sparso – l’economia, il mercato del lavoro, la formazione professionale, le startup, l’industria 4.0? L’innovazione tecnologica, la promozione territoriale, lo sviluppo di una vera economia del turismo? L’istruzione superiore e specialistica? La pianificazione territoriale, le politiche del trasporto, le infrastrutture digitali e non? L’aggancio con i grandi trend globali? Una vera e attiva politica della cultura, che dovrebbe essere l’immagine e il vanto di una raggiunta autonomia? (guarda che grande, forte e intelligente che sono diventato…). Davvero la risposta può essere solo che mancavano i soldi? Ed è credibile dire – anche alla luce di precedenti recenti – che se ce ne fossero di più, si spenderebbero bene? Proprio la storia dei patrimoni familiari e industriali (non parliamo di quelli bancari…) di questa regione mostra che non è scontato: e che nemmeno una vincita alla lotteria è garanzia di benessere.

Tutti o quasi vorremmo possedere un’auto più grande, potente e veloce. Ma non la affideremmo a un guidatore inesperto, e soprattutto mai la daremmo in mano a chi vuole portarci nella destinazione opposta a quella che dovremmo raggiungere. Una Ferrari nelle mani sbagliate sulla Pedemontana rischierebbe di essere non una garanzia di miglioramento e di successo, ma la precondizione di disastri ulteriori – se va bene, consumi maggiori per ottenere il medesimo risultato.

Si è voluto cominciare dalla fine, con un azzardo un po’ guascone. Ricominciamo invece, seriamente, dall’inizio. Chiediamoci dove vogliamo arrivare, perché, aprendo quali prospettive alle prossime generazioni; e, anche, guidati da chi. La discussione sulla quantità di autonomia che ci serve diventerà senza dubbio più concreta, seria e praticabile. E appassionerà, a quel punto, molto di più.

Autonomia: il vero quesito. Tra slogan e contenuti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 15 ottobre 2017, editoriale, p. 1

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