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Il Veneto in cammino: il distretto delle calzature

Il Veneto in cammino, letteralmente. In viaggio, per strada, lungo un percorso difficile. E’ quello del distretto delle calzature: delle scarpe di lusso della Riviera del Brenta e della scarpa sportiva di Montebelluna. Eccellenze venete: i cui ingredienti sono elevata qualità, grande competenza artigiana, estro creativo e anche artistico, innovazione tecnologica, indubbia efficienza, anello fondamentale di una catena produttiva globale di eccezionale importanza, produzione e distribuzione di ricchezze sul territorio, ricadute economiche fondamentali anche per le filiere collegate. Tutto bene, quindi. Il Veneto è riuscito a fare le scarpe a molti: nel senso di superarli, di fare meglio. E c’è da esserne orgogliosi. Ma rimanendo un po’ in ombra, in un certo senso: con l’orgoglio artigiano di chi ha la consapevolezza di saper fare il proprio mestiere meglio di altri, sapendo che chi vuole un prodotto di livello non può che venire qui, con grandi connessioni internazionali, ma accettando di non splendere di luce propria, in una condizione di centralità produttiva e marginalità di immagine, se non come territorio, come distretto appunto.

E’ curioso, forse paradigmatico, che uno degli esempi più noti di made in Italy, le scarpe, parte di quel gigantesco mondo dell’abbigliamento e della moda che ci rappresenta nel mondo, non abbia, in Veneto, molti nomi conosciuti a livello globale, in rapporto e in proporzione al numero di produttori presenti, di una qualità riconosciuta e invidiata. C’è il know-how, il prodotto, e la nomea, ma non il marchio, o meno di quanto ci si potrebbe ragionevolmente aspettare. In un settore in cui spesso accade il contrario può essere forse considerato una qualità. Ma è anche il segnale inequivocabile di un limite. Come se, nel turismo, avessimo i paesaggi e le città d’arte, il buon cibo e il buon vino, ma le catene degli alberghi, le agenzie di viaggio e gli stessi enti di promozione fossero tutti in mano ad altri – qualcosa che sta cominciando a succedere, peraltro. E che dovrebbe utilmente interrogarci. Per estremizzare un po’ il discorso, al fine di riflettere meglio: come se nel distretto dell’automobile di lusso e sportiva le fabbriche fossero romagnole, il lavoro e le competenze anche, ma il nome di punta (non i capitali, che è altra cosa, in un mondo di finanza internazionale globalizzata) non fosse Ferrari. Può andare anche bene così: l’importante è capire se si tratta di una scelta – e può esserlo, e può avere anche i suoi vantaggi – o meno.

Nel settore del lusso, si lavora splendidamente, ma in gran parte per conto terzi: qualità italiana per marchi francesi, o americani, o altri ancora, emergenti. E in quello della scarpa sportiva, pur in presenza anche di grandi marchi globali, il momento del grande splendore sembra essere alle spalle, insieme alle quote di mercato di un tempo.

Viene in mente uno straordinario episodio del libro Gomorra di Roberto Saviano: in cui un giovane sarto, Pasquale, scopre in tv, per puro caso, che lo splendido abito che ha cucito in tre esemplari per poche centinaia di euro, senza sapere a chi fosse destinato, lo sta indossando Angelina Jolie nella notte degli Oscar… I distretti della scarpa veneta si trovano in tutt’altra situazione, con ben altra organizzazione, altro livello di giro d’affari e buoni margini: in un settore d’impresa di successo, capace di fare formazione al proprio interno, di selezionare personale, di trasmettere conoscenza, e appunto di farsi conoscere nel mondo. Ma anche il meglio si può sempre migliorare: così come il successo può produrre più successo, o sprecarlo. E la ricchezza produrre ulteriore ricchezza, mantenere semplicemente quella acquisita, o disperderla. Un settore con una lunga tradizione e un cospicuo patrimonio può mantenerlo, conquistando magari ulteriori quote di mercato, o  proiettarsi in maniera diversa verso più vasti orizzonti, nel futuro.

Il Veneto in cammino: anche il meglio si può migliorare, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 ottobre 2017, p. 3, rubrica “Le parole del Nordest”

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