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La marcia dei profughi: le responsabilità della politica

Alla fine la situazione potrebbero aiutare a risolverla proprio loro, i diretti interessati: i richiedenti asilo.

Cona e Bagnoli sono insensate, prima che invivibili. Lo sanno i sindaci che si sono visti arrivare improvvisamente nel territorio stranieri in numero pari alla metà della popolazione locale (nel caso di Cona, e a un terzo o giù di lì a Bagnoli), creando un vero e proprio distretto dei profughi. Lo sanno le cooperative che li gestiscono (male: ma farlo bene in quelle condizioni è arduo), arrivate ad occuparsi di migranti partendo dai rifiuti (e forse non troppo diversamente), tra polemiche politiche (una coop figlia della destra che poi ha assunto in maniera bipartisan) e la scomunica da parte dello stesso mondo delle coop organizzate (con l’espulsione da Confcooperative). E soprattutto lo sa chi ci vive: senza contatti con il mondo (non parliamo di quello del lavoro), senza progetto, senza utilità. E in pessime condizioni, tali anche per chi ci lavora.

Certo, sono nate sull’onda dall’emergenza: ma un’emergenza è tale se dura poco, se no diventa cancrena. La situazione stava migliorando giusto adesso, che con i cali degli sbarchi a seguito delle politiche adottate dal ministro Minniti si stava cominciando a svuotare il centro.

Ma la responsabilità di quanto accade è anche del Veneto istituzionale, in coda su tutte le classifiche riguardanti i richiedenti asilo: al 7° posto per presenze nei CAS, i centri di accoglienza straordinari, dopo Lombardia, Campania, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio (e addirittura al 12° posto per percentuale sulla popolazione, a pari merito con la Campania); solo all’11° posto per richiedenti asilo inseriti negli SPRAR gestiti dai comuni, dopo Sicilia, Lazio, Calabria, Puglia, Emilia-Romagna, Campania, Lombardia, Piemonte, Toscana, Marche, per un totale di soli 693 posti (e sempre all’11°, a pari merito con altre quattro regioni, quindi in coda alla classifica, per la percentuale sulla popolazione delle presenze negli SPRAR). Tradotto: se il Veneto, invece di boicottare l’accoglienza rifiutandosi di gestirla (dalla regione ai comuni), ne avesse gestita un minimo, attraverso un piccolo sforzo di accoglienza diffusa, Cona e Bagnoli non avrebbero mai avuto ragione d’essere – la solidarietà tra veneti si fa anche così, non lasciando qualcuno in difficoltà pur di non avere nessun minimo problema. In Veneto ci sono 575 comuni, per una popolazione media di 8.534 abitanti: 4 profughi per uno (che, calcolando la proporzione sulla popolazione, nella maggior parte dei paesi vorrebbe dire uno solo) e Cona e Bagnoli sarebbero vuote. E, grazie all’inserimento diffuso, ci sarebbe certamente qualche lavoratore straniero regolare in più e qualche disperato di meno. Qualche sindaco – con il governo regionale – forse dovrebbe farsi l’esame di coscienza. E cominciare ora, magari: siamo sempre in tempo, volendo.

La marcia dei profughi ci ha mostrato anche altre contraddizioni dell’accoglienza dei richiedenti asilo. Come il ruolo della chiesa a servizio della società, cercando di alleviarne i problemi, in collaborazione, ma di fatto in sostituzione e anche contro le istituzioni politiche, come hanno mostrato i gesti della Caritas padovana nell’accoglienza transitoria in chiesa a Codevigo, e quello ancor più sostanziale del patriarca di Venezia, che intende adoperarsi per l’accoglienza stabile dei fuggitivi e quindi l’aiuto nello svuotamento di Cona (quello che né i colleghi sindaci né la regione hanno mai voluto fare).

Poi, certo, il sistema così com’è non può funzionare. Per troppo tempo l’Italia si è occupata solo dei salvataggi e poco più. La consapevolezza che occorreva cambiare è arrivata, ma tardi, quando il danno, rispetto anche alla pubblica opinione, era fatto. Non basta fare l’accoglienza senza pianificazione e senza investimenti nell’integrazione: che è un costo, e andrebbe spiegato ai contribuenti che lo pagano, ma che è molto meglio della mancanza di politiche attive. Scrivo queste righe da Madrid, dove sto confrontando le politiche dei rispettivi paesi d’appartenenza con colleghi tedeschi, svedesi, austriaci e altri: paesi dove si spende, e molto, per integrare, non solo per la prima accoglienza, nella convinzione che sia nell’interesse generale. Non sappiamo quanti di quelli che strepitano, da noi, contro il fatto che non c’è integrazione, accetterebbero di spendere di più per ottenerla, con la stessa identica logica con cui si spende per l’istruzione considerandola un investimento, e non una spesa superflua. Temiamo pochi. E poi occorre una cosa che manca ancora: la valutazione, il controllo e la turnazione del lavoro delle cooperative di gestione (come invece avviene negli Sprar). Non si può lasciare un intero settore senza verifiche di qualità: se accade, semplicemente, la qualità non c’è.

La tentata marcia su Venezia dei profughi ci lancia un prezioso segnale d’allarme. Che è necessario cogliere, a livello nazionale e regionale. Prima che diventi anche una marcia su Roma. Luoghi, entrambi, che portano gravi responsabilità.

L’emergenza provocata dai no, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 novembre 2017, editoriale, p. 1

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