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Colore della pelle, religione: le incomprensioni che rendono difficile l’integrazione

Due storie per capire chi siamo. O meglio, chi non siamo ancora: chi non riusciamo ad essere.

Storia numero uno. Bologna. Una praticante avvocato dell’università di Modena e Reggio, Asmae Belfakir, 25 anni, viene invitata da un giudice, Giancarlo Mozzarelli, a togliersi il foulard che indossa, e al suo rifiuto è costretta ad allontanarsi dall’aula in cui si svolge un’udienza al Tribunale amministrativo regionale. Asmae è nata in Marocco, ma è arrivata in Italia quando aveva solo tre mesi: ciclo scolastico completo – dalle elementari al diploma col massimo dei voti fino alla laurea con 110 e lode – svolto in Italia, ingresso al praticantato per selezione, padre operaio e madre casalinga, quella di Asmae dovrebbe essere considerata una storia di integrazione riuscita addirittura esemplare. E invece no: per alcuni proprio no. A causa di un foulard: un pezzo di stoffa più discreto di quello di una suora glielo impedisce. Per alcuni, abbiamo detto: infatti un fatto del genere non le era mai successo in nessun tribunale. Ma la cosa che sconcerta è che un giudice, presidente di sezione, si sia permesso di cacciare una persona perché, testuale, “bisogna rispettare la nostra cultura e la nostra tradizione” – non, cioè, in nome della legge, che è quanto un giudice sarebbe chiamato a far rispettare.

Storia numero due. Padova. Qualche giorno fa Larissa Iapichino, 15 anni, italiana figlia di genitori entrambi italiani (anche se la madre è originaria della Gran Bretagna) ha battuto il record under 18 nel pentathlon, e si avvia a una promettente carriera atletica, che all’Italia potrebbe portare record e medaglie. Bene: dov’è la notizia? Anche qui, nei commenti di alcune persone: perché il colore della pelle di Larissa non è esattamente bianco (neanche quello mio e della maggior parte di voi che leggete, peraltro: che semmai, come diceva Steve Biko al giudice che lo stava processando in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, tende piuttosto al rosa…), essendo lei figlia di Gianni Iapichino, ex-campione italiano di salto con l’asta, e di Fiona May, campionessa mondiale e olimpionica italiana. Lei, direbbe chi non la considera abbastanza italiana, è nera: anzi, tende al marrone, come direbbe ancora Steve Biko…

Nel primo caso, una differenza religiosa, nel secondo, una differenza razziale, sono sufficienti a scatenare, in una parte della pubblica opinione, una reazione di rifiuto, di estraneità, addirittura di repulsione. Asmae non può lavorare perché indossa un foulard (la parola velo dà un’idea sbagliata, perché non copre per nulla il volto e non impedisce in nulla la riconoscibilità della persona): o per essere precisi, perché quel foulard è il simbolo di una religione che a molti non piace, l’islam. Larissa non viene accettata perché la sua pelle non sarebbe “italiana”: se Fiona May fosse stata ugualmente inglese d’origine, ma bianca (o rosa), nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire.

Sono segni inquietanti della difficoltà di definirsi in positivo, da parte di molti: che porta a definirsi in negativo, contro qualcuno e in opposizione ad essi. Un limite, come si vede bene, di chi manifesta questo tipo di opinioni, non di chi non le condivide: la difficoltà di dirsi e di darsi un’identità – parola con cui si riempiono la bocca ma che mostrano difficoltà ad articolare – senza contrapporsi ad altre presunte identità. Che tali non sono, nel senso così totalizzante che si attribuisce ad esse: Asmae si identificherà tanto con il suo essere marocchina di origine quanto con l’essere italiana di formazione, musulmana di religione e avvocato di professione (e altro); così come Larissa sarà tante cose – ragazza, adolescente, studentessa, italiana, atleta (e altro), oltre che avere un colore della pelle meno diffuso di altri in queste lande.

Ecco: le reazioni viste sono la testimonianza che i processi di integrazione (parola problematicissima, in questo caso: in cosa Asmae e Larissa avrebbero bisogno di essere ulteriormente integrate, visto che lo sono perfettamente?) non sono sulle spalle dei nuovi (e spesso neanche tanto nuovi) arrivati, ma precisamente su quelle dei vecchi autoctoni: sono loro ad avere dei problemi. Ed è questa – e sta su questo lato della barricata – una delle sfide più importanti della convivenza in una società plurale.

Razzismo. I veri non integrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 gennaio 2018, editoriale, p.1

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