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L’autoerotismo della politica

E’ sconfortante osservare le manovre per la scelta dei candidati, da parte dei partiti politici, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo.

Se un osservatore cerca di capire, attraverso la scelta dei loro rappresentanti, quali sono i disegni strategici dei partiti, capisce una cosa sola, valida per tutti: che non c’è alcun disegno. Di nessun tipo. Che la sola logica che c’è dietro la scelta dei candidati al parlamento è l’autoriproduzione.

Non c’è alcuna selezione: parola che presuppone una qualche parvenza di meritocrazia, una scrematura, una scelta tra molti per individuare i pochi meglio atti a rappresentare la società. Anzi, con la società si riducono i contatti al minimo, quasi fosse un atto peccaminoso. Non si spiega altrimenti quella specie di selezione al contrario che – con poche eccezioni – fa scegliere i più distanti da ciò che nella società si muove, crea, produce, elabora, intraprende, inventa. E vale, tragicamente, per tutti.

La Lega, il partito che al Veneto porterà più rappresentanti, sceglie tutti i suoi interni: parlamentari uscenti, sindaci, e come volti nuovi i segretari di partito – ovvero gli yesmen, incapaci per ruolo di elaborare un’idea nuova, figuriamoci un pensiero critico, essendo selezionati per veicolare messaggi, non per produrli. Forza Italia ha trovato in corner un volto noto dell’impresa, ma per il resto ripresenta i suoi soliti nomi: incluso Ghedini, che in Parlamento non mette praticamente piede, limitandosi a incassare lo stipendio; e anche lì, nessuno che osi nemmeno farlo notare. Terza e quarta gamba del centrodestra puntano anch’esse sui soliti noti. L’opposizione non fa eccezione, anzi sta persino peggio: proprio lei che dovrebbe mostrare maggiore creatività e pensiero critico, per convincere gli elettori a fare altre scelte. Il Movimento 5 Stelle, non avendo mai cresciuto una classe dirigente locale (con rare eccezioni), e avendo pochi legami sociali reali (è il brand ad essere votato: non a caso è tra i partiti che raccoglie meno preferenze), attraverso le parlamentarie si apre a dilettanti spesso allo sbaraglio, sconosciuti, senza vere radici, e tutti da formare. Ma almeno è un tentativo di rappresentare la società: se non nel suo meglio (le persone con competenze trovano inspiegabilmente maggiori difficoltà anche solo a candidarsi), in quello che si trova, che è comunque una forma di rispecchiamento. Il Partito Democratico non fa nemmeno questo: rassegnato in Veneto a un ruolo minoritario, eternamente subordinato, con prospettive di riduzione ulteriore della sua rappresentanza, non fa che riproporre parlamentari uscenti, con rare eccezioni – senza ambizioni di rispecchiamento della società, e di rinnovamento interno. Infine, Liberi e Uguali, la sinistra sinistra, schiera in pole position persone che fanno politica da decenni, ma a fine carriera nel partito di provenienza, il PD.

La domanda è: perché i simpatizzanti e i pochi sopravvissuti iscritti di questi partiti dovrebbero con entusiasmo sostenere un ecosistema che pensa solo alla propria autoriproduzione? E se questo è vero per i militanti, a maggior ragione vale per gli elettori: ed ecco servita una delle ragioni principali che spiega l’astensionismo elettorale, che crescerà ulteriormente.

I partiti dovrebbero essere un mezzo per mettersi in relazione con la società, facendo da ponte con le istituzioni. Persino alle elezioni, oltre che nella loro vita quotidiana, mostrano di non averne alcuna intenzione – a loro va benissimo così. Sanno riprodursi solo per partenogenesi (come quelle specie che non hanno bisogno di fecondazione) o per scissione (come le amebe – si veda LeU o tanti frammenti della destra), e per il resto si accontentano di qualche forma di autoerotismo, dandosi soddisfazione da soli. Tutto, pur di non frequentare la società.

Politici autoriprodotti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 gennaio 2018, editoriale, p. 1

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