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Più lavoro: ma quale?

A novembre gli occupati hanno superato la soglia dei 23 milioni. Pur in presenza di tassi di disoccupazione ancora molto elevati, si tratta di un record storico: in termini assoluti è la cifra più alta dal 1977, da quando cioè l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, ha cominciato a rilevare sistematicamente i dati sull’occupazione (allora erano poco più di 19 milioni e mezzo). In Veneto la tendenza è analoga, con la rilevante differenza che si parte da numeri migliori (la disoccupazione è poco sotto il 6% contro un 11% medio nazionale). Anche il tasso di occupazione (la percentuale di occupati sul totale della popolazione) – pur molto più basso di quello di molti paesi europei nostri concorrenti – è il più alto mai raggiunto in Italia: il 58,4%.

Più che riflettere sugli zero virgola di percentuali in aumento rispetto ai mesi passati, pur interessanti e indicativi di un prezioso trend di crescita, ci interessa il confronto di più lungo termine: numeri a parte, cosa è cambiato dal quel 1977 in cui si è cominciato a rilevare i dati sull’occupazione in serie comparabili? Cosa è successo in questi quarant’anni?

Molto, naturalmente. Da allora i posti di lavoro sono meno a tempo indeterminato e più a tempo determinato. Di fatto, se non contrattualmente: si cambia lavoro molto più spesso, anche se si viene assunti a tempo indeterminato. Il lavoro non si identifica più con il posto di lavoro, e in particolare con un solo posto di lavoro, da tenersi per sempre. Questo sia nel lavoro dipendente che in quello autonomo e pure nel ruolo imprenditoriale, che si identifica meno con una sola azienda, e assume vieppiù la modalità dell’imprenditorialità seriale. Aumenta la quota di lavoro flessibile (o precario, secondo i punti di vista), atipico, con modalità contrattuali – anche per chi lavora con una sola azienda – diverse dal passato, e meno garantite, anche quando sono soddisfacenti dal punto di vista retributivo.

Non solo. E’ diventato meno diretto il legame tra lavoro e reddito: a produrre quest’ultimo concorrono – per quote sempre più ampie di popolazione – anche altri fattori, oltre il salario. E anche il rapporto tra salario e risorse disponibili per la sussistenza, direbbero i manuali di economia. Ciò che era vero per fasce di lavoro assai ampie in passato (“aspettare la fine del mese” per un acquisto o “tirare la cinghia” perché negli ultimi giorni del mese c’è meno da mangiare), è oggi vero per una quota minore (ma nuovamente in crescita negli ultimi anni) di persone. Al contempo, avere un lavoro non è più la garanzia di avere un reddito familiare sufficiente, come testimonia il numero di famiglie in povertà assoluta e l’aumento dei “working poor”.

Sono cresciuti inoltre, in maniera esponenziale, tutti gli indici che misurano le diseguaglianze, di reddito e non solo, con una sostanziale erosione dei salari a favore di altri redditi, e dunque di altre categorie di persone. Sempre più, per così dire, piove sul bagnato.

E’ cambiata infine l’idea del lavoro, e di sicurezza legata al medesimo. Trovare un lavoro non è più un punto d’arrivo, ma un punto di partenza, che va consolidato giorno per giorno. E soprattutto è saltata la continuità generazionale, e si è passati alla guerra tra generazioni per la competizione sulle risorse. Mentre in passato era ragionevole ipotizzare che ogni generazione sarebbe stata meglio della precedente, e che ci fossero risorse per tutti, oggi abbiamo scoperto che non è così, e che le pensioni legate al sistema retributivo si contrappongono alle minori risorse a disposizione delle giovani generazioni che la pensione la otterranno, se la otterranno, con il sistema contributivo.

Stiamo meglio, allora? Certo, più persone trovano lavoro: soprattutto sono entrate sempre più nel mondo del lavoro le donne, producendo cambiamenti sociali enormi. E questo nonostante l’aumento dell’età lavorativa, legato al crescere delle aspettative di vita. E’ aumentata inoltre la quota di lavori creativi. E si produce anche più ricchezza, ma è peggio distribuita che in passato. C’è, insomma, ancora molto da lavorare…

Più lavoro, ma c’è da lavorare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 gennaio 2018, editoriale, p.1

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