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Contro la cultura della conservazione. Costruire a Nordest

Quando si pensa positivo, di solito, si pensa a costruire: un pensiero costruttivo, appunto. Ma a volte, per costruire bene, per costruire meglio, è necessario prima abbattere: fare, come si dice, piazza pulita. Liberarsi da ciò che è di ingombro, dai fardelli, dagli scarti, da ciò che non serve più – dai ricordi, persino. E’ la storia di tutti i piani regolatori che hanno lasciato una qualche traccia nella storia, e spesso degli edifici che hanno marcato un’innovazione.

Non ci siamo abituati: siamo stati cresciuti a non buttare via nulla, a conservare tutto, anche le cose più inutili e ingombranti. Ma non è più tempo: il mondo è troppo pieno. E, letteralmente, il terreno troppo poco. Ne abbiamo occupato troppo e male: spesso con cose brutte, moltissimo con cose inutili. L’esempio più tipico sono le pletoriche zone artigianali e industriali, il capannonificio veneto: spettacolo letteralmente osceno, impudico, privo di cultura (e ci riferiamo alla cultura materiale, quotidiana: che sa prevedere, concentrarsi sull’utile, economizzare, ma anche, con risorse limitate a disposizione, scegliere il meglio), figlio di un’incapacità di previsione che la dice lunga su una mentalità che si crede imprenditoriale più di quanto veramente lo sia, ed economicamente uno spreco – che, per giunta, non ha niente dell’ostentazione del lusso aristocratico, e molto più del consumo vistoso del parvenu. Ma vale anche per una pletora di aree, prima che dismesse, mai veramente messe in funzione, mai attivate, rimaste in larga parte morte. Per edifici pubblici poco o male utilizzati. E per molte case della villettopoli diffusa. Chi ri-pensa per sé una casa pre-esistente sa bene che spesso è più conveniente, ma anche più funzionale, e può essere esteticamente più bello, buttare giù di sana pianta un edificio, anziché salvarne qualche elemento o struttura. Non tutto il passato vale la pena di essere salvaguardato. E certamente non è il caso del grosso del costruito dal boom economico ad almeno tutti gli anni ’80, e molto anche di più recente. Ci si salva guardando avanti, non indietro.

Oggi che il mattone non è più, in sé, il bene rifugio per eccellenza, ma deve esso stesso valere la pena, non essere un mattone qualsiasi, non c’è più spazio per le cose buttate lì. Ma in compenso si aprono spazi giganteschi per chi vuole ripensare, riciclare, ristrutturare, riutilizzare: dando non solo forma, ma anche funzioni e un senso nuovo all’esistente. Introducendo qualità, innanzitutto, nel costruito. Rottamare gli edifici e le città, favorirne il ripensamento, con criteri di qualità estetica, non solo costruttiva, pensando all’energia vitale che ci si spende, e non solo a quella da risparmiare, pensando a migliorare chi ci vive o chi ci lavora (sì, gli spazi hanno questo potere) e non solo a costringerli in una struttura predeterminata e impoverente – ecco, tutto questo sarebbe la scommessa che vale davvero la pena tentare.

Per fare questo non basta abbattere gli edifici che imbruttiscono chi li abita, e non solo il paesaggio. Bisogna abbattere – ed è assai più complicato – una cultura fatta di inerzie amministrative, formalismi burocratici, criteri estetici obsoleti (l’obbedienza a un supposto canone locale, l’adesione a un inesistente stile costruttivo condiviso), tradizioni senza più ragione, imitazioni pedisseque di quanto fatto in passato – la ripetizione come dogma, il non discostarsi dall’esistente come forma mentis, l’omogeneità come culto. Ma per farlo con un senso, con un progetto, e con decenza, senza assecondare insane fantasie, occorre avere un’idea della città, delle trasformazioni dell’abitare, delle relazioni che si instaurano tra le persone (che ciò che si costruisce può incentivare od ostacolare), delle tendenze che si muovono nella società.

Non si tratta di fare l’apologia di Attila, di portare distruzione per poi spargere sale sulle rovine, ma di costringersi a lavorare con altri saperi, aprendosi a conoscenze diverse. Uscire dalla dittatura dei geometri (ma anche degli architetti) e dei piani regolatori imposti da volontà astratte e impersonali, per aprirsi all’ascolto e alla collaborazione di tutti coloro che possono dare un contributo al senso del costruire, e in primo luogo di chi le mura le vive, e le vorrebbe magari vivere diversamente, rispetto a chi le costruisce senza abitarle.

Per costruire meglio a volte è necessario abbattere (gli scarti), in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 12 febbraio 2018, p. 3, rubrica “Le parole del Nordest” (Abbattere)

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