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Immigrazione: la percezione e la realtà (e perché contano entrambe)

La questione dell’immigrazione è di nuovo al centro del dibattito elettorale. Come inevitabile: è una delle questioni epocali del nostro tempo, e va discussa. Per quello che è, ma anche per quello che sembra. Uscendo da contrapposizioni inutili. Da un lato chi, enfatizzando il problema alla ricerca di un comodo capro espiatorio, se la prende con gli immigrati anche per ciò che non è colpa loro. E dall’altro chi, minimizzando i problemi, se la prende con chi se la prende con gli immigrati. Le cose, come sempre, sono più complesse: e bisogna affrontarne tutte le sfaccettature. Sapendo che sono in gioco dati di realtà, percezioni e sentimenti: e vanno analizzati tutti insieme.

Cominciamo dai dati. Gli immigrati, in Veneto come altrove, sono in calo. Oggi gli arrivi attraverso gli sbarchi sono meno di quelli che arrivavano regolarmente dieci anni fa, meno anche di quelli che vanno via (italiani e stranieri, anche ben integrati, che vanno alla ricerca di nuove opportunità all’estero), e pure meno del calo demografico e della forza lavoro. E’ vero in Italia, ed è vero in Europa. Per giunta, il grosso sono europei dell’est (un terzo badanti nelle nostre case), e i musulmani solo un terzo del totale degli immigrati. Dunque, niente invasione islamica e niente sostituzione etnica, o africanizzazione dell’Italia. Fine della storia? Neanche per idea. Perché non viviamo di statistiche, ma di emozioni (e-mozioni: letteralmente, quello che ci fa muovere, agire) e percezioni. La sociologia non è una scienza esatta, ma l’unica cosa che chiama teorema, perché funziona sempre e in ogni situazione, è il teorema di Thomas, che recita: “se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”. In altri termini: l’invasione può anche non esserci, ma se io penso che ci sia, c’è. E i partiti che strumentalizzano la questione per fini elettorali lo sanno benissimo: sono gli altri che non l’hanno capito (con l’aggravante che chi agita il tema spesso non fa nulla per risolvere i problemi: la rendita politica ce l’ha ad enfatizzarli, e più si aggravano meglio è, facendo un danno a tutti; e chi non capisce l’importanza delle sue conseguenze finisce per cercare di non parlare del problema – a cui invece bisogna trovare soluzioni – nel timore che gli faccia perdere voti). Gli uni nascondendo i dati, gli altri sottovalutando le percezioni.

Il problema non è nei numeri, ma c’è. E non è il quanto: è il come. In tutta Europa (in Italia con la Bossi-Fini) si sono chiusi tutti i canali regolari di ingresso: risultato, arrivano irregolarmente, con gli sbarchi. E’ accettabile? Evidentemente no: perché, di fatto, si appaltano le politiche dell’immigrazione ai trafficanti internazionali. E perché si è creato un meccanismo inutile e costoso, per cui quelli che sarebbero stati ieri normali migranti in cerca di lavoro, sono diventati – per colpa nostra – richiedenti asilo di cui esaminiamo domande spesso palesemente insussistenti. Risultato: se vediamo quattro o cinque giovani in età da lavoro, di pelle scura, che ciondolano fuori da un centro di accoglienza per settimane, ce la prendiamo con loro (anche se dovremmo prendercela con il sistema che ha creato questa situazione). E lo consideriamo insensato: con ragione. E ingiusto: perché produce sprechi di risorse e disparità di trattamento (anche tra stranieri arrivati ieri e stranieri arrivati oggi). E talvolta inquieta: ed è comprensibile. Tanto più se si creano concentrazioni di per sé insostenibili (Cona e Bagnoli, ad esempio). Da qui anche la rabbia, la protesta, la paura. Che va ascoltata, prima che contrastata. Guardando le cose dal suo punto di vista, per così dire.

Chi ha un minimo di onestà intellettuale lo sa, al di là dell’appartenenza politica: bisognerebbe aprire canali regolari e chiudere quelli irregolari. E cambiare le modalità dell’accoglienza. Quando Elisabetta Casellati, di Forza Italia, propone blocco degli sbarchi, accordi con i paesi d’origine, e piano Marshall per l’Africa, chiede quello sta facendo il ministro Minniti, che è del Partito Democratico. Il mondo è sempre più mobile: in tutte le direzioni (pochi lo sanno, ma la Spagna ha più uscite che ingressi, la Francia flussi quasi equivalenti, in Gran Bretagna le emigrazioni sono la metà delle immigrazioni, in Italia, nonostante gli sbarchi, stiamo arrivando alla parità). Ma vanno governate e gestite. E lo si può fare solo tenendo conto, certo, dei dati di realtà, ma anche ascoltando le percezioni e le paure. Che contano. E che votano.

Migranti. Il percepito e il reale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 11 febbraio 2018, editoriale, p.1

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